Trattare una storia: come costruire l’identità sociale

Trattare una storia: come costruire l’identità sociale

QUESTO ARTICOLO FA PARTE DEL CONCORSO DIVENTA GIORNALISTA, RISERVATO AGLI STUDENTI DELLE SCUOLE SUPERIORI DELLA PROVINCIA DI CATANIA.

Scrivere una storia é modo efficace per trattare tematiche importanti, ma che al giorno d’oggi queste vengono considerate ovvie? 





Prendiamo la tematica del femminismo: è stata affrontata sia con toni confessionali e intimi o attraverso forti rappresentazioni di resistenza. Pur provenendo da contesti culturali e temporali diversi, La campana di vetro di Sylvia Plath e La Vegetariana di Han Kang sono esempi paradigmatici di questo percorso.
Nel 1961 Sylvia Plath presenta il manoscritto del suo primo romanzo; La campana di vetro racconta la discesa agli inferi di Esther Greenwood, una giovane donna che, impossibilitata a raggiungere le proprie aspirazioni, proverà a compiere l’atto estremo.
Sotto i grattacieli di New York, per le donne non c’è posto, il dominio patriarcale le confina nella prigione domestica. Anche lei stessa è interiormente condizionata da ciò: desidera conformarsi, essere accettata. Eppure, durante il suo tentativo di annullamento, il suono del battito del suo cuore viene scandito dalla frase <<Io sono, io sono, io sono>>  per rappresentare il massimo e disperato tentativo di recupero della propria identità.
E, compreso che non sarebbe riuscita a coronare il desiderio di sposa-poetessa, a quel punto Esther scatena la sua voglia di abbandonare la “campana di vetro” in cui è relegata come vero e proprio atto di autodeterminazione.
Nel 2007, la scrittrice coreana Han Kang col suo libro “La vegetariana” passa a una narrazione più corporea e radicale: racconta il declino di Yeong-Hye, una donna che dopo una serie di incubi, prende la decisione di non mangiare più carne, suscitando l’imbarazzo del marito di fronte ai colleghi e alla famiglia, in particolare del padre. Quella della donna non è una scelta alimentare, bensì una mossa di evasione dal controllo della società tramite la metamorfosi in un vegetale atarassico.
Le pagine evidenziano come l’oppressione  subita alteri da parte di Yeong-Hye la percezione del suo stesso corpo, divenuto terreno di conflitto e resilienza.
Le tecniche narrative, i contenuti si trasformano e si evolvono al passo con la società: a quarantaquattro anni di distanza si passa da un’alienazione silenziosa a una rottura di vincoli non scritti trasfigurata in una tenace negazione della propria umanità.
Sylvia Plath e Han Kang colgono l’oppressione della donna da diverse sfaccettature e conducono i lettori attraverso un cammino di frustrazione, dolore e rabbia, ponendo interrogativi e soluzioni complesse.
E proprio in questo si trova l’efficacia delle loro narrazioni: trattare con originalità tematiche date per scontate, svelare i meccanismi che, attraverso storie di silenzio e opposizione, costruiscono l’identità sociale, e infine suscitare in chi legge sguardi critici e consapevoli.

Sì, oggi scrivere un racconto rimane un mezzo efficace per affrontare temi considerati “banali”:  la narrazione consente di renderli di nuovo evidenti e interrogabili, mettendo in discussione ciò che è assunto come ovvio e favorendo una rinnovata comprensione nel lettore.

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