Temere la felicità: può sembrare un paradosso, eppure è una realtà psicologica concreta che prende il nome di cherofobia. Chi ne soffre non riesce a vivere pienamente i momenti di gioia, bloccato dall’idea che ogni attimo felice porterà con sé inevitabilmente un evento negativo. Un fenomeno ancora poco discusso, spesso sottovalutato o frainteso.
Per fare chiarezza sull’argomento, su come si riconosce e si affronta, è intervenuta ai microfoni di NewSicilia la Dott.ssa Valentina La Rosa: psicologa, psicoterapeuta, assegnista di ricerca e docente a contratto di Psicologia dello Sviluppo presso l’Università di Catania.
“Per cherofobia si intende una forma di paura o rifiuto nei confronti della felicità. Non comporta necessariamente l’essere sempre tristi ma l’evitare consapevolmente situazioni piacevoli perché considerate pericolose o destabilizzanti. A differenza della depressione, dove manca la capacità di provare gioia, nella cherofobia la felicità viene vista come qualcosa da cui difendersi. È importante sottolineare che la cherofobia non è classificata come un disturbo mentale nei manuali diagnostici ma è comunque un’esperienza reale e significativa, spesso collegata a esperienze traumatiche o a un forte bisogno di controllo”.
“Chi vive questa condizione tende a evitare situazioni che potrebbero generare emozioni positive, come feste, viaggi, successi personali. Può provare disagio quando gli altri sono felici o pensare che “se qualcosa va troppo bene, poi andrà sicuramente male”. A volte, si rifiutano opportunità importanti, si minimizzano i risultati raggiunti o si prova ansia quando tutto sembra andare per il verso giusto”.
“Spesso la cherofobia ha radici profonde. Può svilupparsi in persone che hanno vissuto esperienze traumatiche o fortemente destabilizzanti, in cui la felicità era seguita da dolore o perdita. In altri casi, deriva da messaggi familiari o culturali interiorizzati fin da piccoli, come “se sono troppo felice, potrei attirare la sfortuna” o “non merito di stare bene”. Queste convinzioni possono consolidarsi nel tempo e influenzare il modo in cui una persona vive le proprie emozioni positive”.
“La paura della felicità può limitare molte aree della vita. A livello personale, può portare all’isolamento, al rifiuto di legami affettivi o alla rinuncia a esperienze che potrebbero far star bene. Sul lavoro, può indurre a non accettare nuove responsabilità o riconoscimenti. Nel tempo, questa tendenza può generare insoddisfazione, senso di blocco e difficoltà nelle relazioni interpersonali. Chi ne soffre spesso si sente fuori posto o incompreso, anche se agli occhi degli altri non sembra manifestare particolari disagi”.
“Non abbiamo ancora dati certi sulla sua diffusione ma molti psicologi osservano che la paura della felicità è più comune di quanto si pensi. Spesso si nasconde dietro comportamenti e atteggiamenti abituali o difensivi. Se ne parla poco perché è un tema ancora poco conosciuto e perché viviamo in una società che dà grande valore alla felicità come obiettivo da raggiungere sempre. Ammettere di averne paura può far sentire fuori luogo o addirittura in difetto”.
“La pressione sociale può avere sicuramente un forte impatto. Oggi si tende a mostrare sempre il meglio di sé, soprattutto sui social, e questo può creare un clima in cui sembra obbligatorio essere felici, performanti e soddisfatti. Chi non si sente in questo modo può sviluppare senso di colpa o di inadeguatezza. In chi ha già una certa fragilità emotiva, questa pressione può aumentare il disagio e rafforzare il bisogno di evitare qualsiasi situazione che possa far emergere emozioni troppo intense, anche quelle positive”.
“Sì, la felicità può spaventare, soprattutto quando è percepita come qualcosa di instabile o passeggero. Alcune persone, per paura di soffrire, preferiscono rimanere in uno stato emotivo che conoscono bene, anche se è triste o limitante. È una forma di protezione: se non mi illudo, non rischio di rimanere deluso. Questo atteggiamento nasce spesso da esperienze passate in cui la gioia è stata seguita da dolore e porta a sviluppare una diffidenza verso tutto ciò che può far star bene”.
“In psicologia lo chiamiamo evitamento emotivo, un meccanismo che ci spinge a scegliere la sicurezza della routine emotiva e a non esporci a situazioni nuove e potenzialmente rischiose, anche a costo di rinunciare a ciò che potrebbe renderci felici. Tuttavia, la felicità, come ogni esperienza autentica, merita di essere vissuta, anche se non è per sua natura eterna. Perché spesso è proprio in quei momenti di felicità che spesso cerchiamo di evitare che si nasconde la parte più viva e vera di noi“.