Cosa scatta davvero nel cervello di un assassino nel momento in cui il pensiero oscuro si trasforma in un piano di morte?
Il nostro DNA è ovunque, le telecamere sono a ogni angolo della strada e ci sono tecnologie investigative che quasi mai ingannano. Eppure l’illusione del delitto perfetto resta spaventosamente lucida nella mente di chi varca il limite estremo, spezzando vite.
L’omicida che premedita, molte volte, non viene frenato dalla quasi certezza di essere scoperto: c’è chi crede di essere più scaltro della scienza, di farla franca e di poter raggirare il sistema in un’era in cui anche i muri ascoltano.
È un cortocircuito che si innesca sia quando a guidare la mente è un’illusione di onnipotenza, fatta di freddi calcoli spietati, sia quando a cedere è una mente labile travolta da un’esplosione di rabbia, gelosia ossessiva o narcisismo patologico incapace di tollerare l’abbandono.
Cosa scatta davvero nel cervello di un assassino nel momento in cui il pensiero oscuro si trasforma in un piano di morte? Il Professore Emerito di Psicologia Santo Di Nuovo ci ha spiegato le ragioni di questa logica distorta.
Nel passaggio dal pensiero alla pianificazione concreta, bisogna distinguere il delitto pianificato da quello di impulso. Nel primo caso – spiega il Professore – “le capacità cognitive dell’autore del reato devono essere impegnate in modo da collegare l’obiettivo con i mezzi per raggiungerlo” analizzando “le conseguenze di ogni passo da compiere”. Si attiva così un vero “pensiero sequenziale“: “Se l’azione è questa… allora può succedere…”. Si tratta di una complessa architettura logica che “avviene in tutte le programmazioni” e “non tutti sono capaci di farle adeguatamente (per fortuna della vittima)”.
La dinamica cambia quando l’azione scatta repentinamente. L’esperto ha spiegato che nel reato di impulso la programmazione è minima, “si risponde a quella che è ritenuta una provocazione, si usano mezzi che si trovano al momento”. In quei frangenti “scatta nel cervello una reazione quasi automatica, una sorta di riflesso psicobiologico, di cui l’aggressore può avere anche scarsa coscienza”. Eppure la scienza smentisce l’esistenza di un’assoluta cecità inibitoria prolungata nel tempo. “È raro che ci siano punti di non ritorno, cioè che l’azione scatta prima ancora che la persona possa riflettere su cosa sta facendo e fermarsi in tempo”.
I neuroscienziati spiegano che una simile assenza di controllo “può avvenire solo per atti di durata brevissima e molto semplici“. Al contrario, la facoltà di fermarsi resta intatta e presente. Tuttavia non è il caso di delitti che “per quanto non programmati e scattati impulsivamente, richiedono sequenze abbastanza lunghe di azione: per esempio, cercare un’arma idonea se non è a portata di mano”.
Sorge allora un interrogativo: perché molto killer agiscono con la ferma convinzione di non essere scoperti? Come ha illustrato il Professore Di Nuovo, “il problema non esiste nei reati d’impulso: in quel momento, quando scatta l’azione, non ci si ferma certo a pensare se si verrà scoperti e che punizione si potrebbe rischiare”.
Dinamica diversa nei casi di reati premeditati, quando l’omicida “valuta la probabilità di poter essere scoperti in base a calcoli sommari e spesso influenzati da forti motivazioni ed emozioni“. Insomma, si culla in precise rassicurazioni razionali: “Si valuta che si è esperti a programmare ed eseguire il delitto, che ci si può facilmente procurare un alibi, che ‘se non si fanno errori non succederà di essere scoperti'”. Più l’impulso profondo è viscerale, meno la ragione frena l’azione. Qui si palesa la distorsione cognitiva: come se fosse “un calcolo nelle scommesse, qui si scommette di farcela a raggiungere l’obiettivo senza essere puniti. E ci si assume consapevolmente il rischio”.
Questa freddezza emotiva diventa uno strumento funzionale all’impunità. Quando un assassino nasconde il corpo della vittima, pulisce la scena o costruisce un alibi “il pensiero è fondamentalmente lucido“, cioè esente in gran parte da interferenze emotive.
Le emozioni, dunque, “vengono represse e restano sullo sfondo“: a prendere il sopravvento è la pianificazione. “Per costruire alibi efficaci – prosegue l’esperto – è necessaria una capacità di soluzione di problemi, lucidamente attuata impegnando le aree più razionali del cervello”. Una “dote” – se si può definir tale – non comune a tutti (per fortuna), poiché “ci sono persone dal carattere più predisposto a questa freddezza emotiva, altre meno“. Fermo restando che “se l’emotività interferisce, nascondere le prove o crearsi alibi non funzionerà”.
E proprio l’eccesso di sicurezza o il peso psicologico del gesto finiscono per innescare errori ricorrenti che gli investigatori osservano subito. La realtà di indagine dimostra infatti che “chi compie un reato spesso torna sul luogo in cui lo ha commesso, controlla compulsivamente l’alibi che si è creato, verifica le prove che teme di aver lasciato, ne parla con qualcuno (ad esempio al telefono o sui social”. Si tratta di dinamiche ampiamente prevedibili. “Chi indaga lo sa bene e traccia i sospettati”.
In alcuni contesti subentrano spinte inconsce ancora più profonde che vanificano i tentativi di farla franca: “C’è talvolta il cosiddetto ‘impulso a confessare’, citato dagli psicoanalisti. Il senso di colpa porta incosciamente a farsi scoprire, commettendo errori altrimenti inspiegabili. Questo autosabotaggio può succedere, “anche se non è la regola”.
Di fronte alla piaga dei femminicidi o dei delitti familiari, premeditazione e impulso possono coesistere. Ma il Professore spiega che “in genere prevale la rabbia. Magari non improvvisa, ma a lungo accumulata”.
L’atto criminale affonda le proprie radici in un’intolleranza patologica: “Il femminicida non tollera di essere abbandonato, il suo narcisismo non lo sopporta. L’annientamento della persona che non vuole più essere posseduta non è programmato se non in certi casi. È l’ennesimo rifiuto che fa scattare la violenza omicida”. E non c’è “divieto di avvicinamento o braccialetto che tenga”.
L’autore del delitto diverse volte può essere insospettabile, privo di precedenti evidenti. Non è raro che “odio e conflitto siano ben tenuti nascosti, anche per anni. Dissimulati dietro un comportamento esternamente ‘normale’ per cui nemmeno le persone intime se ne accorgono”.
Altre volte le spie del disagio “sono talmente piccole o rare (scatti d’ira, gesti inconsulti) che vengono sottovalutati perché non gravi e ritenuti comuni”. La quiete prima della tempesta, perché poi “arriva il momento in cui la violenza accumulata esplode senza preavviso, e tutti si meravigliano di non essersi accorti di nulla”.
Nella maggior parte dei femminicidi, però, i segnali ci sono. E sono evidenti: “Gelosia immotivata, possessività, desiderio di controllo, aggressività se la partner non corrisponde a quanto atteso o ha comportamenti di autonomia”.
Il dramma aumenta quando la potenziale vittima scambia tragicamente il controllo per attenzione e amore. Fino a quando, conclude il Professore Santo Di Nuovo, “è troppo tardi per liberarsi definitivamente da chi finirà per uccidere pur di non perdere l’oggetto posseduto”. Ma chi uccide finirà comunque tradito dalla sua stessa mente, gettando la maschera del delitto che di perfetto ha solo l’etimologia: abbandonare la retta via, lasciando solo il peso irreparabile delle vite spezzate.