C’è una paura che non fa rumore, ma paralizza. Non si vede, ma cambia traiettorie di vita, carriere, relazioni. È l’ansia sociale, il timore costante di essere osservati, valutati, smascherati. Una paura che oggi sembra essersi trasformata in fenomeno collettivo.
La cronaca racconta di giovani che si ritirano dalla scuola, professionisti che evitano riunioni, adulti che si nascondono dietro uno schermo per non affrontare lo sguardo dell’altro. Ma siamo davvero davanti a un’epidemia? O stiamo finalmente imparando a chiamare le cose con il loro nome?
Ne parliamo con la psicologa Ines Catania, che – intervenuta ai nostri microfoni – affronta il tema attraverso il modello ericksoniano e l’ipnoterapia.
La dottoressa Catania parte da una riflessione che ha il sapore della filosofia prima ancora che della clinica: “Ansia, questa maledetta/benedetta Ansia. L’ansia blocca l’azione: non è perché le cose sono difficili che non osiamo, è perché non osiamo che sono difficili“.
“Vorrei fare riferimento alle preziose parole di Seneca. Egli considera l’ansia una malattia dell’anima, causata dal vivere nel futuro e dal non accontentarsi del presente, legando strettamente paura e speranza. Sostiene che soffriamo più del necessario anticipando mali immaginari, e che la soluzione sta nel concentrarsi sul presente, praticare l’autocontrollo e non lasciarsi trasportare dalle preoccupazioni altrui (il ‘gregge’)“, spiega.
Nel dettaglio, analizza i concetti chiave di Seneca sull’ansia:
Un richiamo potente. L’ansia sociale, dunque, non nasce nel momento dell’esposizione, ma molto prima: nella proiezione mentale del fallimento.
La cronaca ci riporta casi di isolamento estremo, giovani che evitano scuola o lavoro, adulti che si sottraggono sistematicamente alle relazioni. Ma quando la timidezza diventa patologia?
Per la dottoressa Ines Catania la chiave sta nel blocco delle risorse:
“Nella psicoterapia Ericksoniana, disciplina della quale sono portavoce, l’ansia sociale è vista non solo come una paura patologica del giudizio, ma come una risposta inconscia rigida e limitante, frutto di apprendimenti passati che la persona continua a riproporre. È uno stato in cui la mente conscia si focalizza ossessivamente sul possibile fallimento o imbarazzo, bloccando le risorse inconsce creative“.
Qui non si tratta più di una semplice riservatezza caratteriale. Si tratta di una “trance negativa”, una sorta di auto-ipnosi che convince il soggetto di non essere capace.
L’ansia sociale, spiega la psicologa, si costruisce in anticipo. Ecco i punti chiave secondo l’approccio Ericksoniano:
Il punto è drammaticamente chiaro: più si evita, più si rafforza la paura.
Nel panorama delle terapie per l’ansia sociale, la nostra intervistata porta l’esperienza dell’ipnoterapia ispirata a Milton Erickson.
“La terapia Ericksoniana usa l’ipnosi, le metafore e le suggestioni per aggirare le resistenze della mente conscia, permettendo al paziente di accedere alle proprie risorse inconsce e ‘ri-apprendere’ nuovi modi, più fluidi e naturali, di stare in relazione con gli altri“, afferma.
Rispetto a questo disturbo, “la terapia ipnotica può dare ottimi risultati. Infatti, l’ipnosi contrasta l’ansia sociale“.
Il modello di ipnosi Ericksoniana “guida il paziente ad apprendere come superare il suo disturbo, durante lo stato ipnotico viene attivato l’emisfero destro del cervello deputato alla creatività e alla fantasia in modo da abbassare momentaneamente la censura dell’emisfero sinistro responsabile della parte razionale; il dettato ipnotico può così essere inviato all’inconscio che trattiene le potenzialità e le risorse della persona“.
Un esempio concreto:
“Una persona ansiosa che si trova a parlare in pubblico diventa ancora più ansiosa perché sa che in quel momento potrà non essere in grado di mostrare le sue effettive capacità, si crea quindi nella testa del soggetto un circolo vizioso, che gli impedisce di effettuare una prestazione adeguata, semplificando possiamo dire che per mezzo dell’ipnosi si può far vivere all’inconscio in anticipo questa situazione senza la presenza dell’ansia che blocca la prestazione. Nel momento in cui il soggetto dovrà affrontare la situazione per lui importante riuscirà a farlo in maniera adeguata perché ha già vissuto in ipnosi l’esperienza. Attraverso l’ipnosi terapia il terapeuta aiuta il paziente a liberarsi di ansie e paure“.
Poi specifica: “L’ipnosi non è, come vogliono i miti e i pregiudizi, uno stato di perdita della coscienza, ma al contrario una condizione naturale che si avvicenda e si integra alla veglia; spesso attraversiamo stati di suggestione o di trance che ci aiutano a gestire meglio la realtà circostante“.
Ma la domanda sorge spontanea: siamo davanti a un’esplosione del fenomeno?
La dottoressa Ines Catania riporta dati concreti:
E ancora, a questo punto, offre un confronto specifico analizzando i risultati post terapia ed ipnoterapia Ericksoniana, che mostrano una diminuzione significativa del 50-70% in contesti clinici, ponendosi come valida alternativa o complemento alla terapia cognitivo-comportamentale (CBT).
Nel dettaglio la psicologa riporta:
Viviamo in un sistema fondato su visibilità, approvazione, metriche. Ogni gesto può essere commentato, registrato, archiviato. L’errore non evapora: resta.
In questo contesto, l’ansia sociale non è solo un fatto individuale. È un prodotto culturale. È l’effetto di una società che trasforma ogni relazione in una prova, ogni parola in una prestazione.
La percezione di un giudizio permanente e globale amplifica la vulnerabilità. E la pandemia ha fatto da acceleratore: ha isolato i corpi e iper-esposto le identità digitali.
L’ultima parola della dottoressa Catania è un invito:
“A voi le conclusioni… e un grande incoraggiamento ad accogliere e trasformare l’ansia sociale!“
Accoglierla. Non negarla. Non demonizzarla.
Perché l’ansia sociale non è solo un disturbo. È un segnale. È la spia di un sistema che chiede troppo e ascolta poco. È il sintomo di un’epoca che confonde esposizione con esistenza.
E forse la vera rivoluzione non è diventare perfetti davanti agli altri.
È tornare presenti a sé stessi.