Un grande rischio per l’intera Europa ed in particolare l’Italia: rincari energetici, crisi economica, nonché minacce alle basi in Sicilia. Intervista al Generale Ridinò su una possibile corsa a nuovi armamenti
Il primo giugno segna un brusco stop per il cessate il fuoco sullo Stretto di Hormuz, per l’Iran che minaccia il blocco, oltre che sullo Stretto di Hormuz anche sul Mar Rosso, e ancora per l’acuirsi della Guerra in Ucraina. E l’intera Europa subisce la morsa dei due eventi bellici che non scherzano affatto.
In particolare in Italia, si è costretti a subire le angherie degli alti prezzi dei carburanti e delle bollette energetiche, nonché dell’aumento dei costi degli alimenti primari. Donald Trump, richiama l’Unione Europea alla responsabilità di attivarsi tramite la Nato e non lasciare gli Stati Uniti da soli e, quindi partecipare ad azioni belliche contro l’Iran, ma l’ Italia, per rispetto della propria Costituzione, non solo dovrebbe ritenere illegale vendere armamenti a Paesi in guerra, salvo deroghe per obblighi internazionali, sotto embargo e o che violano i diritti umani, ma ancora l‘articolo 11 della Costituzione Italiana sancisce il ripudio alla guerra persino come mezzo di risoluzione alle controversie internazionali.
Eccoci a chiedere lumi, sulla stato confusionale in cui versa l’Unione Europea, al Generale di Corpo d’Armata Giovanni Ridinò, quale esperto in crisi belliche, che ha avuto l’alto incarico di Direttore della Cellula Strategico Militare dedicata ad UNIFIL” alle Nazioni Unite, a New York.
“Buongiorno a lei, al Direttore di NewSicilia, Dottor Sergio Regalbuto, e all’intero Staff di Redazione. Si, purtroppo la delicata situazione di crisi internazionale, ci porta a parlare di una piaga mondiale. Per quanto riguarda l’industria degli armamenti di un paese occorre, a mio avviso, fare alcune considerazioni. Se l’Italia dovesse avere un’industria nel settore militare solo per produrre armamenti per le sole F.A. nazionali, credo che non avremmo alcuna fabbrica capace di realizzare alcunché. I costi sarebbero esorbitanti e finanziati soltanto con l’intervento dello stato nazionale. La complessità degli armamenti, sempre in continua evoluzione, richiede ingenti investimenti in ricerca e sviluppo che una limitata produzione nazionale non consentirebbe di sostenere con risultati di prestigio. Lo sviluppo di un nuovo aereo da combattimento o di una nuova unità navale richiede il coinvolgimento di altre nazioni per spalmare i costi tra paesi amici ed alleati e per ottenere risultati operativi capaci di attrarre l’attenzione di altri paesi (non belligeranti) a cui vendere altre unità ed abbassare così i costi di produzione. A livello europeo ci sono progetti condivisi a fianco di altri che tendono a sostenere la propria industria generando una concorrenza interna che, a mio avviso, non avrebbe ragion d’essere, se l’Europa decidesse di darsi una vera politica della difesa comune anche nel settore industriale. Anche la recente corsa ad “armarsi”, con spese da non includere nei limiti di bilancio imposti, appare, a mio avviso, scoordinata senza un disegno unitario di sviluppo e di ripartizione di compiti”.
“Per l’Europa è suonata una campana, quella del Presidente Trump, che ha ricordato che gli alleati europei si sono crogiolati per anni sul fatto che gli Stati Uniti garantissero la loro difesa, trascurando i ripetuti inviti a contribuire con maggiore partecipazione alle spese per la difesa comune nella NATO. Alle richieste, negli anni, di dare un contributo vicino al 2% del PIL, molti paesi, tra cui l’Italia, si sono ben guardati dall’avvicinarsi alla soglia raccomandata, tenendo ben al di sotto di tale limite la propria partecipazione alle spese comuni. Oggi, in modo più fermo del passato, gli Stati Uniti dicono che il problema della difesa europea è, prevalentemente, un problema europeo e non degli USA. E’ un fatto che, con una certa lungimiranza, gli europei avrebbero dovuto affrontare con maggiore impegno nel passato”.
“Il concetto di difesa o di attacco, non può essere considerato una linea di demarcazione tra armamenti offensivi e difensivi. Tutti gli armamenti sono difensivi ed offensivi allo stesso tempo, dipende dell’uso che se ne fa. I politici decidono le linee politiche – strategiche, la condotta spetta alle F.A. di un paese”.
“Per quanto riguarda la fornitura di armamenti ad Israele, mi risulta ce l’Italia dopo il 2023 ha sospeso il rilascio di nuove autorizzazioni per l’esportazione e l’UAMA (unità per le autorizzazioni dei materiali d’armamento) non ha più firmato nuovi contratti di vendita. La discussione politica riguarda i contratti antecedenti che sono stati mantenuti validi ed autorizzati dopo un esame caso per caso. Mi risulta che gran parte di questi contratti riguardino forniture di componenti di veicoli di addestramento e di velivoli F-35, all’interno di programmi multinazionali di cui l’Italia è partner di produzione. Credo che il mantenimento di contratti pregressi sia importante per la credibilità di un paese, soprattutto se opera all’interno di consorzi internazionali”.