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02.06.2026

Donald Trump deciso ed anche indeciso sull’accordo di tregua con l’Iran. Putin risoluto a potenziare gli attacchi all’Ucraina

di Giuseppe Firrincieli | 5 min di lettura

Un grande rischio per l’intera Europa ed in particolare l’Italia: rincari energetici, crisi economica, nonché minacce alle basi in Sicilia. Intervista al Generale Ridinò su una possibile corsa a nuovi armamenti

Donald Trump deciso ed anche indeciso sull’accordo di tregua con l’Iran. Putin risoluto a potenziare gli attacchi all’Ucraina
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Il primo giugno segna un brusco stop per il cessate il fuoco sullo Stretto di Hormuz, per l’Iran che minaccia il blocco, oltre che sullo Stretto di Hormuz anche sul Mar Rosso, e ancora per l’acuirsi della Guerra in Ucraina. E l’intera Europa subisce la morsa dei due eventi bellici che non scherzano affatto.

In particolare in Italia, si è costretti a subire le angherie degli alti prezzi dei carburanti e delle bollette energetiche, nonché dell’aumento dei costi degli alimenti primari. Donald Trump, richiama l’Unione Europea alla responsabilità di attivarsi tramite la Nato e non lasciare gli Stati Uniti da soli e, quindi partecipare ad azioni belliche contro l’Iran, ma l’ Italia, per rispetto della propria Costituzione, non solo dovrebbe ritenere illegale vendere armamenti a Paesi in guerra, salvo deroghe per obblighi internazionali, sotto embargo e o che violano i diritti umani, ma ancora l‘articolo 11 della Costituzione Italiana sancisce il ripudio alla guerra persino come mezzo di risoluzione  alle controversie internazionali. 

L’intervista al Generale Ridinò

Eccoci a chiedere lumi, sulla stato confusionale in cui versa l’Unione Europea, al Generale di Corpo d’Armata Giovanni Ridinò, quale esperto in crisi belliche, che ha avuto l’alto incarico di Direttore della Cellula Strategico Militare dedicata ad UNIFIL” alle Nazioni Unite, a New York. 

  • Signor Generale Ridinò buongiorno, il Tema guerre è diventato peggio di una telenovela di brasiliana memoria e di cui purtroppo non possiamo fare a meno, in questo triste periodo. Le industrie delle armi, in Italia, per legge Costituzionale dello Stato italiano, dovrebbero produrre armi solo ed esclusivamente per il fabbisogno di difesa della Nazione e non da esportare a Paesi in guerra e ricavare profitti come se stessimo parlando di fabbriche di salotti o di automobili; al massimo fornire armi alla Nato per una difesa della Nazione e poi europea. Il quadro economico, da quattro anni è in continua ed irrefrenabile sofferenza, prima con l’attacco russo in Ucraina che continua imperterrito e adesso, da otto mesi, con la guerra USA Iran. Siamo nel 2026 e i media giornalmente parlano di guerre nel mondo come se fossimo ritornati cento anni indietro. 

“Buongiorno a lei, al Direttore di NewSicilia, Dottor Sergio Regalbuto, e all’intero Staff di Redazione. Si, purtroppo la delicata situazione di crisi internazionale, ci porta a parlare di una piaga mondiale. Per quanto riguarda l’industria degli armamenti di un paese occorre, a mio avviso, fare alcune considerazioni. Se l’Italia dovesse avere un’industria nel settore militare solo per produrre armamenti per le sole F.A. nazionali, credo che non avremmo alcuna fabbrica capace di realizzare alcunché. I costi sarebbero esorbitanti e finanziati soltanto con l’intervento dello stato nazionale. La complessità degli armamenti, sempre in continua evoluzione, richiede ingenti investimenti in ricerca e sviluppo che una limitata produzione nazionale non consentirebbe di sostenere con risultati di prestigio. Lo sviluppo di un nuovo aereo da combattimento o di una nuova unità navale richiede il coinvolgimento di altre nazioni per spalmare i costi tra paesi amici ed alleati e per ottenere risultati operativi capaci di attrarre l’attenzione di altri paesi (non belligeranti) a cui vendere altre unità ed abbassare così i costi di produzione. A livello europeo ci sono progetti condivisi a fianco di altri che tendono a sostenere la propria industria generando una concorrenza interna che, a mio avviso, non avrebbe ragion d’essere, se l’Europa decidesse di darsi una vera politica della difesa comune anche nel settore industriale. Anche la recente corsa ad “armarsi”, con spese da non includere nei limiti di bilancio imposti, appare, a mio avviso, scoordinata senza un disegno unitario di sviluppo e di ripartizione di compiti”.

  • In questo momento, in cui il mondo appare squassato da guerre più che da progetti di pace, dove sembra prevalere la legge del più forte, si assiste ad una corsa per aumentare la propria capacità di difesa in tutti i settori dello spetto delle varie tipologie di mezzi atti proteggere le proprie sovranità.

“Per l’Europa è suonata una campana, quella del Presidente Trump, che ha ricordato che gli alleati europei si sono crogiolati per anni sul fatto che gli Stati Uniti garantissero la loro difesa, trascurando i ripetuti inviti a contribuire con maggiore partecipazione alle spese per la difesa comune nella NATO.  Alle richieste, negli anni, di dare un contributo vicino al 2% del PIL, molti paesi, tra cui l’Italia, si sono ben guardati dall’avvicinarsi alla soglia raccomandata, tenendo ben al di sotto di tale limite la propria partecipazione alle spese comuni. Oggi, in modo più fermo del passato, gli Stati Uniti dicono che il problema della difesa europea è, prevalentemente, un problema europeo e non degli USA. E’ un fatto che, con una certa lungimiranza, gli europei avrebbero dovuto affrontare con maggiore impegno nel passato”.

  • Ma l’Italia non può vendere armamenti a paesi belligeranti ed ogni fornitura è sottoposta all’approvazione del Parlamento.

“Il concetto di difesa o di attacco, non può essere considerato una linea di demarcazione tra armamenti offensivi e difensivi. Tutti gli armamenti sono difensivi ed offensivi allo stesso tempo, dipende dell’uso che se ne fa. I politici decidono le linee politiche – strategiche, la condotta spetta alle F.A. di un paese”.

  • Ma l’Italia, per come si parla nei media, si dice che fornisce armamenti ad Israele e pare che, proprio stanotte, Trump abbia raggiunto l’accordo col leader israeliano Neathaneau sullo stop degli attacchi bellici in Libano.

“Per quanto riguarda la fornitura di armamenti ad Israele, mi risulta ce l’Italia dopo il 2023 ha sospeso il rilascio di nuove autorizzazioni per l’esportazione e l’UAMA (unità per le autorizzazioni dei materiali d’armamento) non ha più firmato nuovi contratti di vendita. La discussione politica riguarda i contratti antecedenti che sono stati mantenuti validi ed autorizzati dopo un esame caso per caso. Mi risulta che gran parte di questi contratti riguardino forniture di componenti di veicoli di addestramento e di velivoli F-35, all’interno di programmi multinazionali di cui l’Italia è partner di produzione. Credo che il mantenimento di contratti pregressi sia importante per la credibilità di un paese, soprattutto se opera all’interno di consorzi internazionali”.

  • E questo è anche vero, perché riguarda oltre la credibilità, anche la dignità e la serietà di una Nazione a livello internazionale. Generale Ridinò, grazie per il quadro che ci ha posto, per il momento ci fermiamo qui e aspettiamo, almeno mi auguro, che con il fermo sugli attacchi in Libano, si sia fatto un passo in avanti, per una risoluzione della crisi mediorientale, per la quale ne potremo discutere in un prossimo appuntamento. 
08:43