QUESTO ARTICOLO FA PARTE DEL CONCORSO DIVENTA GIORNALISTA, RISERVATO AGLI STUDENTI DELLE SCUOLE SUPERIORI DELLA PROVINCIA DI CATANIA.
L’OMS, Organizzazione Mondiale della Sanità, l’ha definita il “male del secolo contemporaneo”: la depressione è attualmente una delle principali cause di disabilità al mondo. Nonostante i numeri allarmanti, il dibattito pubblico rimane ancora timido e imbarazzato. Interrogandosi su come il paracetamolo sia socialmente accettato al contrario della paroxetina, ci si imbatte in una questione complessa. Cos’è realmente la depressione giovanile? Per capirla davvero, quest’ultima deve essere considerata non come fragilità individuale, ma come fenomeno multidimensionale, risultato dell’interazione tra fattori psicologici, epigenetici e sociali.
Studi epigenetici dimostrano come esperienze traumatiche possano indurre modifiche nell’espressione dei geni senza alterare il DNA a causa di ambiente o stile di vita. In modelli animali la paura è stata trasmessa fino a due generazioni successive, suggerendo che ambiente ed esperienze possano lasciare tracce biologiche. Studi analoghi indicano effetti riguardanti la risposta allo stress e ormoni come il cortisolo, influenzando la prole, predisposta, quindi, a maggiore fragilità
Tuttavia l’epigenetica non rappresenta un destino ineluttabile; i suoi effetti possono essere modulati dalla psicoterapia, uno spazio trasformativo in cui si lavora non solo sul piano emotivo e cognitivo, ma anche sociale e relazionale. In questo senso, i disturbi mentali giovanili sono disagi che si inseriscono nel contesto familiare e socio-culturale. Essi sembrano originarsi senza causa, mentre spesso si intrecciano con memorie emotive apprese. La salute mentale diventa un linguaggio che tenta di comunicare un disagio più ampio: la malattia di contesti sociali attraversati da trasmissioni implicite e silenziose. La famiglia che non parla di emozioni o ambienti basati solo sulla performance possono diventare terreno fertile per il disagio giovanile. Il “pazzo”, in realtà, può essere tra le persone più sane in mezzo a una società che si sta progressivamente disumanizzando, diventando scomodo in quanto sintomo e allarme di tale declino.
Quest’ultimo diventa portatore non solo di un disagio individuale ma collettivo e sistemico. La malattia, quindi, richiede interventi non solo terapeutici ma culturali e sociali: educazione emotiva, normalizzazione della cura, consapevolezza. Tale presa di coscienza è il primo passo verso una mentalità aperta che abbracci il benessere comunitario.
Ciò che non conosciamo ci fa paura, e di conseguenza scatena scandalo e indignazione. Conoscere a fondo i fattori che determinano il problema che ci si presenta, attraverso informazione, comunicazione e interventi attivi, risulta perciò essenziale per affrontarlo adeguatamente e con responsabilità. Allora, la prossima volta che pensiamo che chi ci sta accanto sia pazzo perché prende paroxetina, chiediamoci se i pazzi non siamo noi.
Simone Proto 4^GS – IIS Concetto Marchesi – Mascalucia (CT)



