Quando un gesto dura pochi secondi, ma apre una domanda molto più grande
Un bacio dura un istante. La discussione che può generare, molto di più.
È forse questo il dato più interessante di quanto accaduto a Catania durante le celebrazioni per il IX centenario della traslazione delle reliquie di Sant’Agata.
Non perché sia necessario stabilire chi abbia ragione. Non perché serva aggiungere un’altra voce al coro di chi ha trovato quel gesto commovente o, al contrario, inopportuno. E neppure perché sia particolarmente utile processare, ancora una volta, una fotografia attraverso il tribunale permanente dei social network.
La questione più interessante è un’altra.
In quel momento chi stava baciando la reliquia: Enrico Trantino o il sindaco di Catania?
La domanda potrebbe sembrare artificiosa. Non lo è affatto.
Perché esistono momenti nei quali la persona e la funzione pubblica coincidono quasi perfettamente. Ed esistono altri momenti nei quali, invece, distinguere l’una dall’altra diventa essenziale.
È proprio dentro quello spazio sottilissimo che si colloca questa vicenda.
Un cittadino può credere, pregare, venerare una reliquia e manifestare pubblicamente la propria fede. È una libertà fondamentale.
La Repubblica non impone l’assenza della religione dalla vita delle persone e la laicità dello Stato non coincide con l’obbligo, per chi ricopre un incarico pubblico, di diventare improvvisamente impermeabile alle proprie convinzioni.
Un amministratore non smette di essere uomo quando indossa la fascia tricolore. Ma è altrettanto vero il contrario: quando indossa quella fascia non è più soltanto un uomo.
Porta con sé una funzione. Rappresenta un’istituzione. E soprattutto rappresenta una comunità che non è necessariamente uniforme nelle convinzioni, nella fede e nel modo di vivere una tradizione.
È questa sovrapposizione a rendere il bacio alla reliquia qualcosa di diverso dal semplice gesto di un fedele.
Non necessariamente migliore. Non necessariamente peggiore. Semplicemente, pubblico.
Qui occorre evitare un equivoco. Invocare la laicità non significa chiedere che Sant’Agata venga confinata dentro le mura della Cattedrale, quasi fosse possibile separare chirurgicamente la storia religiosa di Catania dalla storia civile della città.
Sarebbe una lettura semplicistica. Sant’Agata non appartiene soltanto alla dimensione liturgica. Nel corso dei secoli la sua figura è diventata parte dell’identità, della memoria collettiva e perfino del linguaggio attraverso cui Catania racconta se stessa.
La città e la sua Patrona hanno costruito un rapporto che supera la pratica religiosa individuale.
Eppure proprio la laicità – quella vera – consente che tutto questo possa esistere. Perché uno Stato laico non combatte la fede.
Garantisce la fede e garantisce anche il diritto di non averne alcuna.
Non sceglie ciò in cui i cittadini debbano credere. Crea, piuttosto, uno spazio nel quale convinzioni differenti possano convivere senza che una debba cancellare l’altra.
Per questo il tema non dovrebbe essere se un sindaco possa provare devozione.
Naturalmente può. La domanda più raffinata è un’altra: quanto della propria devozione personale può diventare gesto istituzionale senza che venga meno la capacità dell’istituzione di rappresentare anche chi quella devozione non la condivide?
Non esiste una risposta da affidare a uno slogan. Ed è precisamente per questo che vale la pena discuterne.
C’è poi una parola che, in questa vicenda, pesa più delle altre: rappresentanza.
Rappresentare una città non significa riprodurre matematicamente ogni convinzione dei suoi abitanti. Sarebbe impossibile.
Un sindaco non diventa ateo davanti agli atei, cattolico davanti ai cattolici e appartenente a un’altra confessione davanti a chi professa un’altra religione.
La rappresentanza istituzionale funziona diversamente. Significa esercitare una funzione sapendo che il simbolo che si porta addosso appartiene anche a chi non ci ha votato, a chi non condivide le nostre idee e a chi guarda il mondo attraverso categorie completamente diverse dalle nostre.
È questo, forse, il significato più profondo della fascia tricolore. Non certifica l’identità di chi la indossa.
Ricorda, semmai, la pluralità di coloro che rappresenta. Ed è per questo che ogni gesto compiuto mentre la si porta assume inevitabilmente un significato ulteriore.
Non perché debba essere sottoposto a censura. Ma perché non appartiene più esclusivamente alla sfera personale.
Poi è arrivato Internet. E una questione che avrebbe potuto interrogare il rapporto tra fede, tradizione, rappresentanza e istituzioni è stata rapidamente ridotta alla forma che i social conoscono meglio: uno scontro.
Da una parte chi difende. Dall’altra chi condanna. Nel mezzo, quasi nulla.
Parole estreme, immagini estrapolate, giudizi pronunciati in pochi secondi. Fino alla diffusione del filmato e a definizioni che hanno spostato il confronto molto lontano dal contesto storico e religioso nel quale quel gesto è avvenuto.
Ed è probabilmente questa la parte meno interessante dell’intera vicenda.
Perché definire quel bacio semplicemente “giusto” o “sbagliato” significa perdere l’occasione di interrogarsi su ciò che rappresenta.
Una democrazia adulta dovrebbe riuscire a fare qualcosa di più difficile: discutere di un gesto senza trasformare chi lo compie in un imputato e chi lo critica in un nemico.
Non tutto ciò che divide deve necessariamente produrre una condanna. A volte può produrre una domanda.
C’è infine qualcosa che rischia di sfuggire a chi osserva quelle immagini da migliaia di chilometri di distanza.
Catania e Sant’Agata non si incontrano soltanto durante una processione.
Si incontrano nella storia della città, nelle famiglie, nelle strade, nelle generazioni che hanno tramandato riti e racconti, nella dimensione popolare della festa e in quella profondamente religiosa della devozione.
Un’immagine isolata da tutto questo può apparire incomprensibile. Ma anche il richiamo alla tradizione, da solo, non chiude ogni discussione.
Le tradizioni non sono oggetti immobili custoditi sotto vetro. Vivono perché ogni generazione torna a interrogarle, a interpretarle e talvolta perfino a discuterle.
Ed è forse questo che sta accadendo. Non stiamo parlando soltanto di un bacio. Stiamo parlando del modo in cui una città contemporanea tiene insieme fede e pluralismo, memoria e istituzioni, identità e libertà individuale.
Tra qualche giorno l’algoritmo avrà trovato un’altra immagine sulla quale dividersi. Resterà però una questione molto più interessante della polemica che l’ha generata.
Dove finisce la persona e dove comincia l’istituzione? Non esiste una linea tracciata sul pavimento.
Chi ricopre una funzione pubblica continua ad avere una coscienza, una storia, convinzioni e sentimenti. Pretendere il contrario significherebbe immaginare istituzioni abitate da uomini senza identità.
Ma proprio perché l’istituzione è incarnata da persone reali, esiste una responsabilità ulteriore: ricordare che un gesto personale, quando viene compiuto nell’esercizio visibile di una funzione pubblica, può assumere un significato che supera le intenzioni di chi lo compie.
Questo non rende quel gesto automaticamente illegittimo. E non lo rende automaticamente opportuno. Lo rende discutibile nel significato più nobile della parola: degno di essere discusso.
Senza irridere la fede. Senza trasformare la tradizione in un argomento che impedisce qualsiasi domanda. Senza utilizzare la laicità come un’arma contro la religione.
E senza pretendere che una città intera debba necessariamente leggere la stessa immagine nello stesso modo.
Forse, allora, il punto non è decidere se quel bacio fosse da dare oppure no.
Il punto è riconoscere che la forza di un’istituzione non consiste nel non avere identità, ma nella capacità di rappresentare anche identità diverse dalla propria.
E se un bacio di pochi secondi è riuscito a costringerci a discutere di questo, allora la fotografia che ha fatto il giro del web racconta qualcosa di molto più grande del gesto che ha immortalato.
Racconta quanto sia complesso, ancora oggi, essere contemporaneamente uomo, cittadino e istituzione.