CATANIA – Il 7 giugno, in un caldo pomeriggio, è avvenuto nell’Aula Magna della scuola media “Q. Maiorana” di Catania, luogo inusuale almeno per una della due componenti, questo, apparentemente, inconsueto incontro: Filosofia e Musica. Sotto l’egida della lungimiranza della Dirigente, dottoressa Gisella Barbagallo, la guida ispirata e competente della professoressa Norma Viscusi, la spontanea disponibilità dei docenti della classe, l’attenta e professionale collaborazione del personale Ata, signor Di Paola e signora Franco, gli alunni e le alunne della terza H hanno dato il meglio di sé nella lezione-spettacolo a sfondo musicale, realizzata a quattro mani dalle professoresse Norma Viscusi e Luisa Giacobbe, dal significativo titolo “Dalla Grecia alla Magna Grecia. La storia siamo noi e noi facciamo così”.

La rappresentazione ha coronato il lungo percorso di quell’ampio sapere trasversale costituito dall’educazione civica. Da questa disciplina sono stati tratti i temi fondanti della performance: democrazia, libertà, cittadinanza, il valore della persona, il senso di appartenenza alla propria terra.
Nella prima parte, la lezione, i ragazzi e le ragazze hanno compiuto e hanno fatto compiere ai presenti un viaggio immaginario sorto dalle nostre radici greche. In maniera coinvolgente ed emozionante hanno spiegato, da perfetti professori, l’armonico connubio, sottolineato dagli scritti di filosofi della grandezza di Platone e Aristotele, tra musica e filosofia , tra musica e danza, tra musica e anima.

Il viaggio, sostenuto dalle eloquenti immagini di un power point, con il sottofondo musicale di autentiche melodie nei modi frigio e lidio e versi originali in greco antico, ha percorso il Mediterraneo attraverso il “Discorso di Pericle agli ateniesi” ed è approdato sulle nostre sponde insieme ai lasciti garibaldini e alla visione, tutta siciliana, dell’Unità d’Italia e dei “continentali”, i Piemontesi. E qui tra le difficili note di due tra le più belle canzoni di tratte dal repertorio di Rosa Balistreri, I Pirati a Palermo, Terra ca nun senti, e sulle pregnanti parole della poesia di Ignazio Buttitta, Un populu e lu so dialettu, i ragazzi e le ragazze hanno dato prova di grande maturità e consapevolezza cantando con passione, a cappella, e unicamente su un ritmo scandito dalle percussioni della prof. Mariamma Musumeci, e recitando in dialetto, lingua per loro “straniera”, con naturalezza e convinzione.
Questo li ha traghettati ai giorni nostri e, attraverso la triste e rabbiosa poesia di Monica Cerrito, Lu sangu di li siciliani, dedicata al giudice Falcone e alla sua scorta, sono stati spinti a porsi domande su cosa è rimasto in noi di quelle radici, si sono chiesti se la democrazia ha attecchito e germogliato, se ha mantenuto le promesse e se siamo stati capaci di coglierne appieno la bellezza e la vitale importanza.

Si sono chiesti se la Sicilia, terra di grande passioni, di grande bellezza ma di altrettante grandi contraddizioni, sia una terra da abbandonare o da vivere pienamente. Domande che sono nate da profonde riflessioni e da dubbi forieri di crescita e di ricerca. Ci hanno lasciato cantando accoratamente e con orgoglio l’Inno Ufficiale della Sicilia, Madreterra, scritto da Vincenzo Spampinato. Ci hanno lasciato… li ritroveremo negli uomini e nelle donne di domani.
Articolo redatto in collaborazione con Luisa Giacobbe