Cerca nel sito

12.08.2026

La travagliata storia delle Reliquie di Sant’Agata

di Redazione | 7 min di lettura

Quest’anno ricorre il Novecentesimo anniversario del rientro di Sant’Agata a Catania da Costantinopoli

La travagliata storia delle Reliquie di Sant’Agata

La vicenda lunga e dolorosa per il popolo catanese si concluse dopo un lungo esilio delle Reliquie durato ben 86 anni, vissuti dai fedeli con grande dolore e rabbia per aver visto sottrarre i sacri resti della “Santuzza” ed esser stati inviati come “Trofeo di Guerra” all’Imperatore di Costantinopoli. La dolorosa vicenda ebbe inizio nel 1040 con l’arrivo nella città etnea di Giorgio Maniace, generale e stratego bizantino, inviato dall’Imperatore Michele IV di Costantinopoli per liberare la Sicilia dai Saraceni.

Giorgio Maniace sbarcò in Sicilia, a Messina, nel 1038 a capo di truppe bizantine, assieme al cavaliere Guglielmo, detto “Braccio di Ferro”, a capo di mercenari normanni. Al Cav. Guglielmo pare che il suddetto appellativo fosse stato attribuito dai siciliani per aver dimostrato una forza fisica fuori dal comune e per un grande atto di valore in battaglia: durante l’assedio di Siracusa, Guglielmo trafisse il nemico, l’Emiro, con un solo colpo di spada e con una forza tale da stupire i presenti. Giorgio Maniace sconfisse ripetutamente i saraceni riconquistando la Sicilia orientale, ma non liberò l’intera Isola. Tra il 1038 e il 1040, il generale bizantino sbarcò a Messina con un esercito misto, prese Siracusa e vinse a Troina, ma la sua impresa fu solo temporanea a causa di contrasti interni e del suo richiamo a Costantinopoli.

Il Maniace conquistò rapidamente Messina e Rometta, espugnò l’importante roccaforte di Siracusa nel 1040 e sconfisse i musulmani in battaglie campali nell’area tra Randazzo e Troina. Sorsero forti litigi politici tra Maniace e il comandante della flotta bizantina, Stefano il Calafato, tanto che compromisero l’esito della campagna di guerra. Il generale bizantino Giorgio Maniace ha dato anche il nome al feudo e al territorio di Maniace perché nel 1040 vinse una grande battaglia contro gli Arabi in quella valle, fece costruire un luogo di culto e legò per sempre la sua fama a quella zona, anticamente amministrata da Bronte.

Giorgio Maniace prese le reliquie di Sant’Agata nel 1040 per inviarle a Costantinopoli come “Bottino di Guerra” e per omaggio imperiale.

Il corpo di Sant’Agata venne spedito a Costantinopoli come dono all’Imperatore Michele IV, inteso come trofeo di vittoria, ma presto il Generale Maniace venne richiamato dallo stesso Imperatore di Costantinopoli. L’Impero bizantino era caduto in disgrazia nel periodo 1040-1043, permettendo ai saraceni in Sicilia di riprendere il pieno controllo dei territori perduti. La fine definitiva della dominazione araba in Sicilia arriverà molti decenni dopo, per mano dei Normanni. Nel 1040, per Catania, con la perdita del corpo della Martire Sant’Agata, iniziò un doloroso esilio spirituale durato ben 86 anni.

Il ritorno delle reliquie della martire catanese avvenne nel 1126 per opera di due soldati suoi devoti, Goselmo e Gisilberto, che le riportarono prima a Messina e poi, sempre via mare, fino ad Aci Castello; il 17 agostoarrivarono a Catania via terra, entrando dalla zona del “Rotolo”, per poi arrivare fino al Duomo.

Non furono solo le reliquie di Sant’Agata ad essere trafugate, ma anche quelle di Santa Lucia, la martire siracusana.

Riguardo alle spoglie di Santa Lucia, la martire siracusana, Giorgio Maniace le inviò a Costantinopoli un anno prima, nel 1039, in omaggio all’Imperatrice Teodora. Rimasero lì per oltre un secolo e mezzo fino a quando, nel 1204, vennero nuovamente trafugate in occasione della quarta crociata a Costantinopoli e portate, per ordine del Doge di Venezia Enrico Dandolo, dai soldati veneziani della suddetta crociata nella laguna veneta. Enrico Dandolo non ebbe la fortuna di ricevere le reliquie personalmente perché arrivarono nel 1205, dopo la sua morte. In quell’epoca le reliquie dei Santi erano grandi trofei. E così la città di Siracusa perse le spoglie della propria Patrona Martire Santa Lucia, il cui corpo giunse a Venezia, dove oggi è ancora custodito nel Santuario dei Santi Geremia e Lucia dal 1860, in seguito alla demolizione dell’antica chiesa di Santa Lucia.

A Catania, il 17 agosto del 1126, dopo un travagliato viaggio di ritorno, le reliquie di Sant’Agata giunsero nella città etnea.

La vicenda ufficiale è descritta nella celebre lettera del Prelato Maurizio, vescovo di Catania dal 1125 al 1131. Nel 1126, due soldati dell’esercito bizantino di stanza a Costantinopoli decisero di compiere l’impresa del trafugamento delle spoglie della “Santuzza” catanese per riportarle al proprio paese natio: Gisilberto, il primo, un ufficiale di origine francese (pare della Provenza), e l’altro di nome Goselmo, un soldato di origine calabro-pugliese, furono gli autori della sortita, rischiando la propria vita. La tradizione racconta che Gisilberto ricevette in sogno la volontà di Sant’Agata di riportare il suo corpo a casa sua. I due soldati, rischiando la propria vita, si avventurarono a penetrare nel luogo sacro dove erano custodite le spoglie, sezionarono il corpo della Santa per poterlo nascondere meglio dentro i loro bagagli, nascondendone i pezzi fra faretre e scudi, per poi fuggire via a bordo di un’imbarcazione verso la Sicilia.

Non appena sbarcati a Messina, i due soldati inviarono un messaggio al Vescovo Maurizio di Catania, il quale, per la calura di stagione, si trovava nella sua residenza estiva nel Castello di Aci. Il Prelato, pensando che si trattasse di un inganno, si mosse con molta cautela e, per prima cosa, inviò due fidatissimi monaci per ispezionare le reliquie e confrontarle con le antiche tracce storiche. Il Vescovo Maurizio, ricevuta la conferma dell’autenticità delle reliquie, autorizzò il loro rientro e i due soldati, con le spoglie di Sant’Agata, vennero da Messina ad Aci Castello via mare e a Catania via terra. Pare che l’arrivo a Catania fosse avvenuto di giorno, con una pubblica solenne cerimonia a cui partecipò l’intera cittadinanza in festa. La realtà storica di indossare il sacco, “u saccu”, proviene dal cosiddetto “sak” del Medioevo, un saio penitenziale di stoffa ruvida che i fedeli indossavano durante le grandi processioni per chiedere una grazia o ringraziare il Signore Gesù o il Santo del giorno. Col tempo, quel saio divenne il camice bianco finissimo che i devoti portano ancora oggi.

Il sacco bianco ricorda anche la veste del battesimo, la purezza e la promessa di fede del devoto; la “burritta niura”, il berretto nero, simboleggia la cenere, l’umiltà e la sottomissione davanti alla Santa.

Con il rientro delle reliquie di Sant’Agata, i due soldati Gisilberto e Goselmo passarono alla storia come eroi e la loro vita cambiò radicalmente: il Vescovo Maurizio e i cittadini devoti accolsero i due con i massimi onori, e non solo ricevettero ricompense per il viaggio rischioso, ma vennero proclamati custodi d’onore della Santa Patrona e da semplici soldati stranieri diventarono cittadini illustri di Catania. A dimostrazione del loro eroico gesto, alla loro morte, Gisilberto e Goselmo ricevettero un grande e rarissimo privilegio per l’epoca: essere sepolti nella Cattedrale di Sant’Agata. Ancora oggi al Duomo di Catania si possono vedere i loro monumenti funebri, ovvero le loro figure scolpite e poste nel celebre portale di marmo della Cappella della Santa; inoltre, i volti dei due e la loro impresa risaltano ancora nei grandi affreschi dell’abside della Cattedrale.

Il popolo catanese ha sempre venerato i due soldati e per secoli sono stati chiamati “i santi soldati”. Risultano ancora testimonianze storiche di rilievo, come la via Gisilberto e Goselmo, sita nei pressi di Piazza Carlo Alberto, zona “Fera ’o luni”.

La Sicilia, ancora oggi più che mai, gode di un grande pregio di religione cristiana con le sue tre figlie Sante conosciute e venerate nel mondo intero: Sant’Agatuzza, Santa Luciuzza e Santa Rosaliuzza.

E chissà se la Madonnina delle lacrime, in casa della famiglia Giannuso in via degli Orti a Siracusa, dal 29 agosto al 1 settembre del 1953, abbia pianto anche per il dolore della lontananza di Santa Lucia.

Rimane un nodo: quello delle spoglie di Santa Lucia che, sebbene più volte richieste, non sono mai tornate nella sua città natale, Siracusa.

Giuseppe Firrincieli

10:16