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07.07.2026

Omicidio della piccola Elena Del Pozzo, sì alla giustizia riparativa per la madre Martina Patti

di Redazione | 4 min di lettura

La drammatica vicenda giudiziaria affonda le sue radici nel giugno del 2022 a Mascalucia, nel Catanese.

Omicidio della piccola Elena Del Pozzo, sì alla giustizia riparativa per la madre Martina Patti
Indice

Martina Patti, la ventiseienne condannata a 30 anni di reclusione per l’omicidio della figlia Elena di quasi 5 anni, è stata ammessa al percorso di giustizia riparativa. Lo ha deciso la Corte d’assise d’appello di Catania, accogliendo la richiesta avanzata dai difensori della donna, gli avvocati Tommaso Tamburino e Gabriele Celesti. I colloqui si svolgeranno interamente all’interno del carcere dove l’imputata si trova attualmente detenuta.

Il rifiuto al provvedimento

Nelle scorse udienze, la richiesta della difesa aveva incontrato una netta opposizione da parte della pubblica accusa e della parte civile. Sia la sostituta procuratrice generale Agata Consoli, sia l’avvocato Barbara Ronsisvalle – che rappresenta il papà della bambina, Alessandro Del Pozzo, e i nonni paterni – si erano infatti opposte fermamente al provvedimento.

Visto il rifiuto categorico da parte dei familiari della piccola Elena di accettare un qualunque confronto ravvicinato con la donna, il mediatore incaricato dovrà adesso individuare un’altra figura. Si procederà quindi con una cosiddetta “vittima surrogata” (o aspecifica), ovvero una persona che ha subìto un reato totalmente diverso da quello in questione, ma disposta ad affrontare questo delicato cammino di comunicazione e ascolto guidato. La prossima udienza del processo è stata fissata per il 14 settembre, data in cui si conoscerà ufficialmente quale centro specialistico si sarà preso carico dell’organizzazione degli incontri.

Il delitto di Mascalucia e la condanna

La drammatica vicenda giudiziaria affonda le sue radici nel giugno del 2022 a Mascalucia, nel Catanese. Martina Patti, rea confessa, uccise la figlioletta con un’arma da taglio e ne seppellì il corpo in un campo abbandonato non lontano dalla propria abitazione. Subito dopo il delitto, la donna simulò il rapimento della bambina da parte di un commando armato per sviare i sospetti, prima di cedere durante gli interrogatori dei carabinieri e ammettere l’orrore. Il 12 luglio del 2024 è arrivata la condanna in primo grado a 30 anni di reclusione.

“L’accesso al programma – spiega la Corte – è volontario e facoltativo per tutti gli interessati, compresa la vittima del reato, ma è altresì specificatamente previsto che detto programma possa svolgersi anche con la vittima cosiddetta “aspecifica” o “surrogata“, cioè con la vittima di un reato diverso da quello cui si procede”.

Cos’è la giustizia riparativa?

La giustizia riparativa rappresenta una modalità di risposta al reato complementare alla giustizia penale tradizionale, orientata a promuovere il riconoscimento della vittima, la responsabilizzazione della persona indicata come autore dell’offesa e la ricostruzione dei legami sociali incrinati dal fatto di reato.

Introdotta in modo organico dal decreto legislativo 10 ottobre 2022, n. 150, in attuazione della legge delega 27 settembre 2021, n. 134, la giustizia riparativa si colloca nel solco dei principi affermati dalle fonti internazionali ed europee, che valorizzano la centralità della persona e la necessità di affiancare al momento dell’accertamento della responsabilità penale uno spazio di ascolto, dialogo e riparazione.

Essa non si sostituisce al processo penale né ne altera le garanzie, ma offre alle parti coinvolte dal reato un percorso parallelo, autonomo e volontario, fondato sul consenso, sulla partecipazione attiva e sull’intervento di un terzo imparziale: il mediatore esperto in programmi di giustizia riparativa, iscritto nell’apposito elenco.

Il significato e le finalità


Il programma di giustizia riparativa si basa sull’incontro – diretto o indiretto – tra la vittima del reato e la persona indicata come autore dell’offesa, eventualmente con la partecipazione di altri soggetti appartenenti alla comunità.

Si tratta di uno spazio neutrale, protetto e riservato, all’interno del quale le parti possono raccontare l’esperienza vissuta, esprimere i propri bisogni, ascoltare l’altro e confrontarsi sulle conseguenze del reato, con l’assistenza di un mediatore qualificato, terzo ed imparziale.

L’obiettivo principale è la ricomposizione del conflitto generato dal fatto di reato, attraverso un percorso che consenta:

  • alla vittima di vedere riconosciuto il danno subito e di trovare uno spazio di ascolto
  • all’autore dell’offesa di comprendere le conseguenze delle proprie azioni e di assumerne responsabilità
  • alla comunità di contribuire alla ricostruzione dei legami sociali.

In questa prospettiva, la giustizia riparativa si pone come valore aggiunto rispetto al sistema penale, favorendo percorsi di responsabilizzazione, prevenzione della recidiva e pacificazione sociale, in coerenza con la funzione rieducativa della pena sancita dall’articolo 27, terzo comma, della Costituzione.

Come evidenziato anche dalla giurisprudenza di legittimità, il dialogo tra autore e vittima può rappresentare uno strumento concreto di attuazione del volto costituzionale della pena, promuovendo consapevolezza, riconciliazione e reinserimento sociale.

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