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21.11.2017

Quanti giorni di ricovero ospedaliero sono necessari dopo un infarto del miocardio?

di Corrado Tamburino
Quanti giorni di ricovero ospedaliero sono necessari dopo un infarto del miocardio?

L’infarto del miocardio è una cardiopatia dovuta all’occlusione trombotica acuta di un’arteria coronarica che causa un’ischemia/necrosi del muscolo cardiaco per interruzione del flusso sanguigno. L’obiettivo della terapia è di ripristinare il flusso arterioso al più presto possibile per evitare la perdita irreversibile di muscolo. Pertanto, le conseguenze sulla funzione cardiaca sono variabili, da assenti o lievi a severe, in base all’estensione della perdita di muscolo. Più precoce è il ripristino del flusso più limitato è l’infarto e migliore e la funzione contrattile residua del cuore.

Inoltre, l’angioplastica coronarica, mirata al ripristino del flusso coronarico, in una piccola percentuale di pazienti con infarto (< 5%) può essere associata ad un risultato non ottimale oppure a complicanze. Infine, l’infarto stesso, a prescindere dalla terapia può essere associato a  complicanze di tipo meccanico (come rotture o perforazioni di parti di muscolo ecc.), emodinamiche (come l’edema polmonare o lo shock cardiogeno ecc.) e aritmiche (come eccessiva bradicardie oppure tachiaritmie ventricolari ecc.). Pertanto, sebbene la prognosi sia sempre riservata nelle prime 24 ore dopo l’evento acuto, il rischio globale dei  pazienti con infarto è molto eterogeno.

In particolare, i pazienti sottoposti ad efficace angioplastica con un buon flusso coronarico, con conservata funzione contrattile residua del muscolo cardiaco e con un decorso privo di complicanze nelle prime 24 ore di monitoraggio, hanno un rischio che può essere definito basso, e possono essere dimessi entro 48-72 ore, come suggerito dalle più recenti linee guida della Società Europea di Cardiologia. Nei pazienti senza caratteristiche di basso rischio, la durata dell’ospedalizzazione va stabilita su base individuale, a seconda del grado di severità delle condizioni del paziente.

Tuttavia, sebbene la dimissione precoce sia appropriata nei pazienti a rischio più basso, è fondamentale che tali pazienti siano precocemente seguiti dal medico curante per l’ottimizzazione della terapia medica di prevenzione secondaria, mirata ad ottenere il controllo dei fattori di rischio cardiovascolari.