Le elezioni amministrative in Sicilia non hanno soltanto ridisegnato la mappa dei sindaci. Hanno soprattutto aperto una nuova fase politica, destinata a pesare sui prossimi mesi e, probabilmente, sulle future elezioni Regionali. Il voto ha mostrato un centrodestra diviso e nervoso, un centrosinistra galvanizzato ma attraversato da tensioni interne, un protagonista in cerca di autorevolezza poltica, Ismaele La Vardera, e un altro che continua a muoversi fuori dagli schemi, Cateno De Luca.
Il leader di Sud chiama Nord, sindaco di Taormina e figura ormai centrale negli equilibri dell’Isola, resta conteso da entrambi gli schieramenti. A destra e a sinistra c’è chi lo corteggia, chi lo teme e chi lo considera indispensabile per allargare il campo. Lui, intanto, continua a giocare da battitore libero, pronto a pesare dove gli equilibri sono più fragili.
Il risultato delle urne ha così prodotto un effetto immediato: ha messo tutti davanti alla realtà. Nel centrodestra si parla apertamente di resa dei conti. Nel centrosinistra il buon risultato del campo progressista non basta a spegnere le polemiche dentro il Pd. E De Luca, presente in forme diverse su più tavoli, diventa la variabile che può spostare la partita.
Il fronte più agitato resta quello del centrodestra. Le amministrative hanno confermato una difficoltà già emersa nei mesi scorsi all’Ars: la coalizione che sostiene il governo regionale di Renato Schifani appare attraversata da divisioni profonde, personalismi e accuse incrociate.
Il dato politico è pesante. Nei Comuni chiamati al voto con il sistema proporzionale, il centrodestra arretra: da dieci sindaci passa a sei. Le spaccature locali hanno avuto conseguenze evidenti ad Agrigento, dove le divisioni della coalizione hanno favorito la corsa del candidato di Controcorrente Michele Sodano; a Enna, dove è arrivata una sconfitta; a Messina, dove il centrodestra non è riuscito a essere competitivo; e a Marsala, altro Comune simbolo del voto.
Il risultato ha tolto l’ultimo velo alle tensioni interne. Dentro Forza Italia, il deputato regionale Salvo Tomarchio ha evocato una possibilità che fino a poco tempo fa sembrava lontana: ridare la parola agli elettori. Il ragionamento è chiaro: il governo regionale ha prodotto risultati, ma litigi, scandali e instabilità rischiano di oscurare tutto.
La sua posizione pesa anche perché arriva da un esponente considerato vicino al presidente Schifani. Non è dunque un attacco frontale al governo, ma un segnale politico: così la maggioranza rischia di consumarsi.
Nel partito azzurro, il voto amministrativo ha accelerato il dibattito interno. L’europarlamentare Marco Falcone ha parlato di elezioni che devono riportare il centrodestra “con i piedi per terra”, mettendo nel mirino letture parziali, miopie e personalismi.
Anche il commissario regionale di Forza Italia, Nino Minardo, ha dovuto prendere atto del nuovo clima. Dopo aver respinto nei giorni scorsi alcune ricostruzioni sulle tensioni interne, ora ammette la necessità di un cambio di passo. Per Minardo servono più coalizione, più strategia, maggiore coordinamento politico e una classe dirigente più radicata.
Il punto centrale è trasformare il lavoro del governo regionale in risultati percepiti dai cittadini. Ma per farlo occorre una maggioranza meno litigiosa e più rapida nelle scelte. Per questo Forza Italia prepara un confronto con gli alleati del centrodestra. Un vertice che, però, rischia di trasformarsi in una seduta ad alta tensione.
Le frizioni tra alleati sono già esplose. L’Mpa di Raffaele Lombardo ha attaccato Lega e Dc, soprattutto sui casi di Agrigento ed Enna, accusando pezzi della coalizione di avere contribuito alla frammentazione del centrodestra.
La Lega ha replicato rivendicando il proprio ruolo e chiedendo rispetto agli alleati. Il Carroccio respinge l’accusa di avere indebolito la coalizione e rilancia contro chi, a suo dire, starebbe alzando la tensione.
In questo quadro si inserisce anche Gianfranco Micciché, che descrive una crisi profonda del centrodestra siciliano. Secondo l’ex presidente dell’Ars, mentre a livello nazionale la coalizione si mostra solida, in Sicilia manca una guida politica capace di tenere insieme partiti e candidature. Un messaggio che sembra rivolto anche al governo regionale.
Fratelli d’Italia, intanto, frena sull’ipotesi del voto anticipato. Il commissario regionale Luca Sbardella avverte che non avrebbe senso anticipare le elezioni senza prima ricostruire l’unità e individuare un candidato condiviso. Quel candidato potrebbe essere ancora Schifani, ma il tema è politico: prima bisogna rimettere in piedi la coalizione.
La posizione di FdI è prudente ma non rassicurante. La legislatura può arrivare alla scadenza naturale, ma solo se la maggioranza sarà in grado di governare davvero. In caso contrario, il rischio è che siano altri a dettare l’agenda.
Se il centrodestra esce indebolito dalle amministrative, il centrosinistra può rivendicare un risultato positivo. Il campo progressista partiva da tre Comuni amministrati tra i 17 al voto con il proporzionale e arriva a cinque: Enna, Marsala, Termini Imerese, Lentini e Floridia.
In più, il fronte progressista va al ballottaggio con buone possibilità ad Agrigento, Bronte e Ispica. In queste tre sfide il candidato è espressione di Controcorrente, il movimento di Ismaele La Vardera. Se il secondo turno dovesse confermare l’avanzata, i rapporti interni al campo largo potrebbero cambiare ancora.
La Vardera, infatti, è sempre più convinto di poter essere il miglior candidato alla presidenza della Regione. Una posizione ambiziosa, ma che trova nuova forza nei risultati ottenuti dal suo movimento. Controcorrente non appare più soltanto come una presenza di testimonianza, ma come un soggetto in grado di incidere nei territori.
Il Movimento 5 Stelle guarda con interesse a questa dinamica. Il coordinatore regionale Nuccio Di Paola parla di naturale affinità con La Vardera e immagina un percorso comune per determinare la direzione della coalizione. Per i pentastellati, il fronte progressista cresce, pur con formule diverse a seconda dei territori.
Il M5S supera il 5% a Termini Imerese, Ispica, Lentini, Milazzo, Ribera e San Giovanni La Punta. Un risultato considerato soddisfacente, anche se migliorabile. Più debole appare invece Alleanza Verdi e Sinistra, che riesce a entrare in Consiglio solo a Ispica. Una fragilità territoriale che preoccupa gli alleati in vista delle Regionali.
Il nodo più delicato del centrosinistra resta il Pd. Il segretario regionale Anthony Barbagallo rivendica un risultato positivo: i democratici, dice, raddoppiano i consiglieri comunali e, al netto delle liste civiche, risultano il partito più votato a Marsala, Termini Imerese, Floridia e Lentini.
Il Pd torna inoltre in Consiglio a Marsala dopo cinque anni e ad Agrigento dopo quindici. Numeri che Barbagallo utilizza per difendere la linea della segreteria regionale.
Ma dentro il partito la tensione è alta. Il deputato regionale Fabio Venezia ha chiesto apertamente a Barbagallo di fare un passo indietro. Nel mirino finiscono soprattutto due casi: Enna, dove Mirello Crisafulli ha vinto senza simbolo dopo essere stato proposto dalla segreteria regionale, e Randazzo, dove il candidato sostenuto dal Pd, legato all’amministrazione uscente sciolta per mafia, non è riuscito nemmeno a entrare in Consiglio comunale.
Anche Messina alimenta il malcontento. La candidata progressista è rimasta lontana dai principali avversari, anche se il Pd ha raggiunto l’8,5% ed è passato da due a tre consiglieri. Nel Catanese, poi, il quadro a macchia di leopardo contribuisce a rendere più teso il clima interno.
Sullo sfondo c’è il rapporto con il partito nazionale. Una parte dei dem siciliani attende un segnale da Roma e fa notare l’assenza di Elly Schlein durante la campagna elettorale nell’Isola. La segretaria nazionale ha girato molte regioni al voto, ma non la Sicilia. Un dettaglio che, nel Pd regionale, viene letto come il segno di un dossier ancora aperto e politicamente complicato.
Dopo i ballottaggi, il centrosinistra dovrà affrontare il tema delle Regionali. Sul tavolo ci saranno programma, perimetro della coalizione e candidato alla presidenza.
Barbagallo indica già un metodo: le primarie in autunno. Una proposta che punta a regolare la competizione interna e a evitare decisioni calate dall’alto. Ma il punto più controverso resta l’allargamento della coalizione.
Il nome che divide è sempre lo stesso: Cateno De Luca. Una parte del Pd, soprattutto l’area più vicina a Stefano Bonaccini, guarda con favore a un dialogo. Il capogruppo dem all’Ars, Michele Catanzaro, ha già sostenuto la necessità di aprire a De Luca.
Un’altra parte del partito, più vicina alla linea di Schlein, resta molto più cauta. Per quest’area, un accordo con De Luca non può essere un’operazione puramente elettorale. Deve passare da una scelta di campo chiara e da un programma coerente su giustizia sociale, ambiente, lavoro e politica industriale.
Il caso De Luca è il vero punto di incrocio tra i due schieramenti. A Marsala ha contribuito alla vittoria di un campo larghissimo. In altri territori si è mosso con geometrie diverse, dialogando anche con pezzi del centrodestra. A Ribera e Agrigento, ad esempio, si è trovato su fronti vicini ai cuffariani.
È questa mobilità a renderlo centrale e, al tempo stesso, difficile da incasellare. De Luca si definisce post-ideologico e rivendica la libertà della sua azione politica. Non si colloca stabilmente né a destra né a sinistra, ma valuta chi si avvicina alle sue posizioni.
La sua strategia sembra chiara: non entrare troppo presto in uno schema, mantenere margine di manovra e far pesare il proprio consenso quando gli altri avranno bisogno di allargare il campo.
Il deputato dem Dario Safina, protagonista del successo di Andreana Patti a Marsala, ha indicato proprio quel laboratorio come un modello da studiare. Ma ha anche posto una condizione: De Luca non può continuare a giocare su tutti i tavoli. Se vuole entrare in un progetto regionale, deve chiarire da che parte stare e su quale programma.
Il tema non è secondario. Per il centrosinistra, De Luca potrebbe servire ad attrarre elettori moderati e a battere il centrodestra. Ma un’alleanza senza chiarezza rischierebbe di spaccare ulteriormente il Pd e di creare problemi con l’elettorato più progressista.
De Luca, però, non interessa solo al centrosinistra. Anche nel centrodestra aumentano gli inviti ad aprire un confronto con lui.
Micciché è stato esplicito: il risultato di De Luca e del suo movimento non può essere sottovalutato. Secondo l’ex presidente dell’Ars, con Sud chiama Nord va aperto subito un dialogo, immaginando un ruolo da protagonista insieme a una figura forte e credibile del centrodestra.
Anche Fratelli d’Italia non chiude la porta. Sbardella si dice favorevole a discutere ogni iniziativa utile ad allargare il perimetro del centrodestra in Sicilia. Una formula prudente, ma politicamente significativa.
Il messaggio è evidente: in una fase in cui la coalizione di governo appare indebolita, De Luca può diventare una carta per ricostruire un blocco competitivo. Ma anche qui il problema è lo stesso: fino a che punto il centrodestra sarebbe disposto a riconoscergli spazio politico? E De Luca accetterebbe un ruolo subordinato dentro una coalizione già attraversata da tensioni?
Dopo le amministrative, la politica siciliana si ritrova quindi davanti a tre partite parallele.
La prima riguarda il centrodestra, chiamato a capire se può ancora governare unito o se le divisioni territoriali sono il segnale di una crisi più profonda. L’ipotesi del voto anticipato resta sullo sfondo, ma il solo fatto che venga evocata da un pezzo della maggioranza mostra quanto il clima sia deteriorato.
La seconda riguarda il centrosinistra, che cresce nei Comuni ma deve decidere chi guida il progetto regionale. Il Pd rivendica i suoi numeri, ma è diviso. Il M5S consolida il dialogo con La Vardera. Controcorrente punta a pesare sempre di più. Avs, invece, deve risolvere il problema del radicamento territoriale.
La terza partita ha un nome e un cognome: Cateno De Luca. Tutti lo cercano, tutti lo vogliono, ma nessuno sa ancora dove approderà. Il suo movimento può diventare decisivo sia per allargare il campo progressista sia per ridare ossigeno al centrodestra. Oppure può scegliere di restare autonomo e trattare da una posizione di forza.
In ogni caso, una cosa appare chiara: il voto amministrativo ha cambiato il clima politico dell’Isola. La Sicilia è già entrata nella lunga vigilia delle Regionali. E il prossimo equilibrio potrebbe non nascere più soltanto dentro i partiti tradizionali, ma attorno a chi saprà intercettare il voto mobile, moderato e trasversale.
In questa partita, De Luca è il nome che più di tutti può spostare il baricentro. Battitore libero, alleato possibile, avversario temibile. L’ago della bilancia che destra e sinistra continuano a cercare.