CATANIA – É andato in scena, al Teatroimpulso di Catania, l’ultimo lavoro del regista Mario Guarneri “Carillon – l’arte che non cura” spettacolo teatrale che, come una sorta di matrioska dei sentimenti umani, racchiude dolori, – vane – speranze di riscatto, iconiche realtà tra tradimenti e irrisolti drammi interiori. Un lavoro che si muove in una ricercatissima “sincronica atemporalità” che racchiude in un unico, lungo frame, passato e presente divenendo anche epifania di un futuro già scritto nel vissuto dei protagonisti.
Un fluido storytelling grazie anche a una attenta sovrapposizione di una ben strutturata analessi e prolessi che ci rimandano a una apprezzata, temporale, visione d’insieme.
E se il contenuto è ad “alto rischio” d’inevitabili déjà vu, in una trama che ci racconta storie già conosciute, ci pensa l’arte, in una sorta di “catarsi inversa” urlando che “Il Re è nudo”, ad aggiungere quel soffio vitale di originalità.
Da questo disegnare piace all’innocenza perché “si dipinge ciò che non si vede”, e ciò che non si vede è il desiderato amore paterno racchiuso in un bambola e qualche cartolina. Specularmente il reiterato “Io non so dipingere” ci rimanda il futuro della medesima bimba racchiuso in un carillon senza una direzione temporale, dove l’arte mette a nudo imberbe identità cresciute in frammentate, perniciose, coralità genitoriale tra: assenze paterne, distrazioni materne e una edonista affermazione di sé da parte della sorella con assillanti proiezioni dei suoi turbamenti sulla fanciullesca innocenza. Il tutto affonda in una ricercatezza di corpi da abbracciare come fonte di piacere sessuale e come punto di arrivo in effimere mete di vite mutate in vuoti a perdere. In questo contesto solo un disegno senza volto può essere la sintesi di una vita vissuta a metà o anche meno.
Un plauso agli attori Irene Alì, Sonia Andronaco, Claudia Cascio, Medea Castro, Santi Castrovinci, Gaetano Centamore, Valerio Rinaudo e Claudia Tomasi e anche se a tratti è presente una certa lentezza, la stessa la si può giustificare perché inglobata in un contesto dialogico e narrativo che di per sé non ammetteva molte iperboli.
Così il regista Mario Guarneri ai nostri microfoni
Perché l’arte non aiuta?
“Perché l’arte serve proprio a evidenziare il problema che invece la società non vuole vedere, lo vuole nascondere, vuole solo darci l’oppio per stare bene. Invece l’arte scopre una situazione che magari noi abbiamo sotto gli occhi ogni giorno e pertanto diventa invisibile per noi, mentre, rimettendola qui sul palcoscenico la staniamo dalla consuetudine e la facciamo rivalutare, quindi non serve a far stare bene”.
Ma così non c’è il timore di dissacrare l’effetto catartico dell’arte?
“Ripeto, secondo il mio punto di vista, non deve servire a essere consolatoria, quindi a tranquillizzare le coscienze ma a smuoverle a spronarle, anche a farle stare male, l’arte deve spingere a fare qualche cosa, non alla rassegnazione“.
In questo caso l’arte si muove in maniera autonoma o eteronoma, cioè ha una sua autonomia oppure si fa soggiogare dalle regole della società?
“L’arte non è una e non mi sento di incasellarla, cioè noi non lanciamo messaggi ed è qualche cosa che noi mettiamo davanti agli occhi, non giudichiamo, non dividiamo in buoni e cattivi, poi sarà il pubblico a farsi ognuno ‘la sua arte’ e da quella prende le sue immagini, le sue esperienze e quindi diventa messaggio universale. Noi raccontiamo non una storia, ma la storia di ogni singola persona che la legge a modo suo“.
Perché la scelta della contestualità del passato e del presente?
“Proprio da questo nasce il titolo ‘Carillon’, un meccanismo dove non c’è un prima e un dopo, tutto torna e tutto nello stesso momento, quindi il passato è ciò che ci lascia dentro qualcosa, anche il dopo è sempre con noi ed è qualcosa che ti forma, tutto ciò che è stato è ancora dentro”.




