Lo spettacolo trascina il pubblico dentro il caos emotivo e relazionale di una famiglia dove amore, violenza, incomunicabilità e bisogno d’identità si confondono continuamente
Va in scena fino a oggi, 24 maggio 2026, sul palco del Teatroimpulso “L’omissione della famiglia Coleman” di Claudio Tolcachir, con la regia di Mario Guarneri, una pièce che ha offerto, al numeroso pubblico in sala, non pochi spunti di riflessione, tra risate che emergono da amari contesti e dalle complesse vicende di una famiglia dove l’identità dei ruoli – come quelli di nonna, madre, figlio, padre, marito – fa fatica ad auto reggersi, travolta da un violento e disordinato alternarsi degli stessi.
Una disorientante mescolanza scaturita da un ricercato bisogno di un “agire sociale” (M.Weber) fatto di personali, intimi, scopi, valori, affetti e tradizioni che, in un’ansiosa danza, diventano crogiolo di emozioni represse.
Fragili identità che provano, inutilmente, a fare capolino abbarbicandosi alla ricchezza semantica di parole su parole che, nel procedere tra un’anchilosata quotidianità/normalità e un tentativo di realizzazione del proprio “Se”, nel procedere degli eventi svuotano il loro significante ridefinendo nuovi significati ma, purtroppo, sempre più vicini ai dettami delle regole sociali che t’imprigionano scatenando incontrollabili nevrosi.
Da questo anche la mutevole ridefinizione delle priorità dove a prevalere, spesso, sono le tradizioni come festeggiare un compleanno che diventa più importante perfino di fronte all’urgenza di un pronto soccorso.
Il risultato finale? Il costante provare ad “omettere” tutto ciò che impedisce la realizzazione di un’esigenza inconscia, utile a sua volta a rintuzzare una “patologia della normalità” (Fromm) che non ha cure, ma solo tentativi di fughe in avanti dove la violenza diventa quasi inevitabile “primo motore” nelle disastrate relazioni familiari.
A supporto di questo “stravagante” flusso narrativo, ben s’intercala anche la gestione del reiterato buio in sala come passaggio temporale tra un evento e l’altro, dove a spegnersi, insieme alle luci, sono anche le emozioni delle diverse personalità, ma per poi ripartire più aggressive di prima.
Inevitabile, nel provare a comprendere i diversi “non senso”, saggiamente disseminati nel copione, è l’afferire a Beckett e al suo “Teatro dell’assurdo” che ci accompagna a una visione finale d’insieme che diventa, senza timore di essere smentiti, in pochi, alcuni o numerosi passaggi, anche la nostra storia familiare.
Gli attori Antonio Caminiti, Dalila Di Costa, Walter Di Pisa, Luisa La Carrubba, Mario Alberto Mezzatesta, Manuela Pariti, Alessandra Saitta e Rosario Santangelo, con il supporto di Irene Alì e Antonina Motta, hanno messo in essere tanta passione e altrettanta “scuola di recitazione” nel provare a “reggere” la struttura di un copione intriso di angosce, incomunicabilità, rabbie, delusioni e assenza di vita: almeno quella non desiderata.
