Forse è proprio questo il dono più prezioso della scuola: non soltanto formare competenze, ma creare legami destinati a resistere al tempo
Quando una campanella non segna soltanto l’inizio di una lezione, ma il suo suono è capace di attraversare mezzo secolo, di abbattere il muro del tempo e di riportare uomini e donne là dove tutto era cominciato, tra i banchi di scuola, con i sogni ancora intatti e il futuro tutto da scrivere, l’evento assume i caratteri di straordinarietà.
È accaduto nello storico Istituto Tecnico di Catania, il “De Felice Giuffrida”, autentica fucina di generazioni di professionisti che hanno contribuito alla crescita economica, sociale e culturale del territorio, grazie alla disponibilità della Dirigente Scolastica, Prof.ssa Anna De Francesco e al suo collaboratore Prof.D’Orsi.
A cinquant’anni dal conseguimento del diploma, gli ex studenti della maturità del 1976, delle sezioni H , F e parte della C, circa una trentina, si sono dati appuntamento il 24 luglio scorso e sono tornati nella loro scuola per vivere una rimpatriata destinata a restare nel cuore, ma anche nella storia, perché sono cose che non succedono facilmente.
Ad accoglierli è stata la piazza antistante l’edificio, come quando si ritrovavano prima del suono della campanella. Il loro entusiasmo era palpabile, come quello di ragazzini, alle soglie della maturità. Le porte dell’istituto si sono riaperte come allora, la campanella ha suonato ancora una volta e, per qualche istante, il calendario ha smesso di scorrere perché loro hanno voluto trasformare l’incontro in un autentico viaggio nella memoria.
Uno dopo l’altro gli ex compagni sono entrati nelle loro aule, hanno ripreso posto nei banchi che un tempo avevano occupato con l’ansia degli interrogatori e con l’emozione della maturità ormai alle porte. Gli sguardi si sono incrociati con la stessa complicità di allora, mentre i capelli grigi e i volti segnati dal tempo lasciavano intravedere i ragazzi che erano stati.
L’atmosfera è diventata ancora più intensa quando qualcuno è salito in cattedra. Non per interrogare, ma per raccontare. Per ricordare. Per ricostruire insieme il mosaico di un anno che avrebbe segnato la storia d’Italia e del mondo, mentre loro si preparavano ad affrontare la prima prova degli esami di maturità.
A guidare questo emozionante viaggio è stato un trio rappresentato da Maria D’Amico, Piero Garozzo e Giovanna Emery che con passione e precisione hanno ripercorso gli avvenimenti più significativi del 1976, offrendo ai presenti una preziosa riflessione sul legame tra le vicende personali e la grande storia.
In Italia, il 9 marzo, la tragedia della funivia del Cermis, in Trentino, sconvolse il Paese con il suo pesante bilancio di vittime. Pochi mesi dopo, il 6 maggio, il devastante terremoto del Friuli provocò quasi mille morti, lasciando un segno profondo nella memoria collettiva.
Il 20 giugno, invece, gli italiani furono chiamati alle urne e per loro sarebbe stato il primo voto da diciottenni in elezioni politiche che videro una significativa crescita del Partito Comunista Italiano guidato da Enrico Berlinguer, aprendo una stagione di importanti cambiamenti politici.
Anche il mondo viveva giorni destinati a entrare nei libri di storia. In Argentina, un colpo di Stato instaurava la dittatura militare che avrebbe segnato tragicamente il Paese per anni. E infine, la rivolta degli studenti di Soweto contro l’apartheid in Sudafrica diventava il simbolo universale della lotta per la libertà e i diritti civili.
Mentre questi eventi scorrevano nella memoria, in aula il silenzio era quello delle grandi occasioni. Ognuno ritrovava una parte di sé. C’era chi sorrideva ricordando un professore particolarmente severo, chi riportava alla luce episodi dimenticati, chi raccontava scherzi, amicizie, emozioni e paure che il tempo non era riuscito a cancellare.
Perché i ricordi, quando vengono condivisi, smettono di appartenere al passato e diventano patrimonio comune. Diventano emozioni che si trasformano in sentimenti, capaci di unire ancora persone che la vita ha condotto su strade diverse.
Un’altra pagina di emozioni si è scritta tra le mura dello storico Istituto Tecnico “De Felice Giuffrida”. Dopo la rimpatriata dello scorso febbraio, che aveva visto protagonisti gli ex studenti diplomatisi nel 1980 in occasione del 46° anniversario del diploma, è stata la volta della classe del 1976, che ha celebrato il prestigioso traguardo del cinquantennio.
Hanno provato anche ad interrogare, in modo goliardico e divertente, sul significato di alcuni aspetti culturali e strutturali dell’Istituto , decidendo i giustificati, i promossi , i bocciati e i rimandati.
Infine , in serata hanno concluso il festeggiamento e il brindisi in un locale di un paese etneo con la Tribute Band di “Antonello Venditti”, cantando insieme a squarciagola “Compagno di scuola “ e “Notte prima degli esami”.
Ancora una volta, la scuola ha dimostrato di essere molto più di un luogo di formazione. È un punto di riferimento che continua a vivere nell’anima di chi l’ha frequentata, un luogo dove sono cresciute generazioni di studenti diventati, negli anni, professionisti, imprenditori, tecnici e uomini e donne che hanno contribuito allo sviluppo della città e del territorio.
Il “De Felice Giuffrida”, nel cuore di Catania, continua a rappresentare una parte importante della memoria collettiva dei suoi ex alunni. Perché ci sono scuole che si frequentano per qualche anno e altre che non si lasciano mai davvero. Rimangono intrappolate nel cuore, custodendo amicizie, insegnamenti e valori che il tempo non cancella.
La rimpatriata del cinquantennio ne è stata la più autentica dimostrazione: un incontro che non ha celebrato soltanto un anniversario, ma il valore della memoria condivisa, dell’appartenenza e di quel filo invisibile che continua a legare gli ex studenti alla loro scuola. Un legame che, anche dopo cinquant’anni, resta sorprendentemente vivo e capace di regalare emozioni autentiche.
In quell’aula …non c’erano più soltanto professionisti affermati. C’erano ragazzi che, per qualche ora, hanno ritrovato la leggerezza dei loro diciannove anni.
Forse è proprio questo il dono più prezioso della scuola: non soltanto formare competenze, ma creare legami destinati a resistere al tempo. Legami che, anche dopo cinquant’anni, sanno ancora emozionare.
Quando la campanella ha suonato per l’ultima volta, nessuno aveva davvero voglia di andare via. Perché quel suono non annunciava la fine di una lezione, ma il ritorno di una parte della propria vita.
E tutti hanno compreso che il tempo può scorrere inesorabile, ma ci sono luoghi che custodiscono il privilegio di fermarlo. Per qualche ora, nello storico Istituto Tecnico “De Felice” di Catania, è successo davvero e poi come per il diploma, ognuno, salutandosi, ha ripreso in mano la propria vita, in attesa di ritrovarsi con piacere.




