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19.08.2026

“D’Unni mi chiovi mi sciddica”. La grave situazione della Sicilia in tema di efficienza di trasporti e collegamenti aerei

di Giuseppe Firrincieli | 5 min di lettura

Da una celebre novella “Giufà e li latri”, di Giuseppe Pitrè

“D’Unni mi chiovi mi sciddica”. La grave situazione della Sicilia in tema di efficienza di trasporti e collegamenti aerei

Giufà si trova su un albero, ricco di fogliame a fare la pipì, mentre ai piedi dell’albero, arrivano dei ladri e per la folta vegetazione, pensano di celarsi li per non farsi vedere per spartirsi il bottino. I ladri, sentendo gocce d’acqua che cadono, pensano che si sia messo a piovere, ma poi vedendo che il cielo è limpido, hanno paura di essere stati scoperti, mentre Giufà, infischiandosene della presenza di briganti, fa colare l’ urina giù. I ladri impauriti e certi di essere stati scoperti, scappano lasciando l’intero bottino, racchiuso in un sacco, contenete oggetti d’oro rubati. Questo “lasciar correre gli eventi” di Giufà, senza scomporsi e senza nemmeno temere la presenza di briganti, è l’ essenza stessa del proverbio “D’unni mi chiovi mi sciddica”.

L’imperturbabilità, in Giufà, è una prassi, in tutti i racconti che lo vedono protagonista. Quando la madre lo sgrida, lo picchia o quando i compaesani lo truffano, rubandogli la pentola o l’asino, Giufà non reagisce, né con rabbia e né con rancore, subisce l’evento con ingenuità e tale che le sventure gli scivolano addosso senza scalfirne l’animo. L’Espressione, quindi, descrive pienamente la maschera, ovvero la personalitù di Giufà.

Il detto siciliano “D’unni mi chiovi mi sciddica”, trae origine dall’antica cultura rurale, di strada e marinara siciliana, contesti in
cui gli agenti atmosferici determinarono la speranzosa forza della sopravvivenza quotidiana. La pioggia in Sicilia rappresentava l’imprevedibilità della natura e le avversità della vita, come un raccolto rovinato, una mietitura andata a male, una vendemmia di
uva distrutta da alluvioni e grandine, o una tempesta marina che metteva in crisi i marinai, come succede tutt’oggi, e il loro pescato. Ma con la speranza che “Malutempu e bonu tempu nun dùrunu tuttu u tempu”, per il siciliano il tutto si è sempre trasformato in una metafora di resilienza e distacco emotivo. Ecco che emerge il significato profondo della filosofia di vita del popolo siciliano, di fronte ad attacchi inevitabili.

E pensare che con l’attività eruttiva dell’Etna e con la cenere vulcanica che ha messo in crisi l’aeroporto di Catania e persino anche quello di Comiso, nell’estate del 2026, i viaggiatori non si confondono, dormono in aeroporto, per terra e persino lungo i nastri trasportatori dei bagagli. E il governo regionale, per la crisi dei collegamenti con gli aeroporti di Palermo e Trapani, non muove un ciglio, ma ci pensa, con la dovuta calma e a distanza di tempo a mettere seduti a tavolino, tecnici del settore per studiare e progettare un apposito ed “in … efficiente” servizio trasporti di collegamenti con gli altri scali aeroportuali. E sì! Il proverbio “D’unni mi chiovi mi sciddica” si accosta parecchio alle attività della Cosa Pubblica Regionale, oramai da lunghi decenni ed è entrato in pieno nel Sistema di Gestione Governativa dell’Isola, se pensiamo che in tema di trasporti, la parte sud costiera, da Ragusa a Trapani, gode di “ammodernate trazzere borboniche” e non conosce un’autostrada. Esempio? Nel 1967 venne progettata l’autostrada Siracusa-Gela, ebbene a distanza di quasi 60 anni, siamo arrivati, quasi a Modica e per giunta con la volontà di aggiungere caselli per il pedaggio autostradale. E con questo entriamo in un altro filone, ovvero la capacità di non farsi travolgere dagli eventi che riguardano altri.

Ecco che sorge un altro detto: “Di n’aricchia mi trasi e di l’autra mi nesci” e questo rappresenta l’indifferenza alle critiche e quindi alla filosofia fatalista. Chiudiamo il tema con un’altra novella di Giufà, di Giuseppe Pitrè: “Giufà e la statua di gesso”. La madre di Giufà, disperata per la povertà in cui vive il figlio e per non vederlo oziare, gli affida una pezza di tela filata da lei, dicendogli di andare al mercato per venderla, con una chiara raccomandazione: “Giufà, nun t’arrisicari a vinnìlla a fimmini parritteri, ma sulu a cu parra picca, nun fa storie e ta pava bona!”. Giufà va in paese al mercato e comincia a proporre la tela alla vendita. Alcune donne si avvicinano a toccare la tela e a fare domande sul prezzo e sulla qualità. Giufà ricordando l’avvertimento
della madre, li manda via, visto che erano troppo chiacchierone e se ne va via anche lui, uscendo dal paese per ritrovarsi in aperta campagna vuota e deserta. Dentro ci sta una chiesetta di campagna mezza diroccata e abbandonata, Giufà entra e vede una statua di gesso, raffigurante un santo. Giufà si rivolge alla statua e le dice: “Tu, ta vuoi cumprari sta tila?” Ovviamente la statua rimane in silenzio, ma Giufà insiste, dicendo il prezzo, ma lei tace. Allora Giufà incalza: “Ah tu sì, chidda, giusta, na pirsuna seria e muta, non comu a ddì fimmini curtigghiari ca ci sunu o mircatu”. Giufà posa la tela sulle spalle della statua e le dice che ripasserà l’indomani a riscuotere i soldi. Il giorno dopo Giufà torna, ma si accorge che la tela sulle spalle della statua di gesso non c’era più, sicuramente portata via da qualche passante. Allora Giufà le chiede i soldi, ma la statua non risponde, mentre comincia a piovere a dirotto, persino dentro la chiesa abbandonata. Giufà, bagnato fradicio, guarda la statua immobile e dice fra se: “A mia d’unni mi chiovi mi sciddica, ma tu ora mi devi dare i miei denari”, indignato per il silenzio della statua, afferra il grosso bastone che portava appresso e la colpisce per farla desistere, la statua essendo di gesso, si frantuma in mille pezzi e viene fuori un enorme tesoro di monete d’oro, Giufà, senza alcuna malizia, non si rende nemmeno conto del valore, ma capisce che si tratta di monete d’oro e come dice un detto siciliano: “I sordi fanu vèniri a vista all’occhi”, e Giufà pensa che la statua stia pagando il suo grosso debito, con tanto di resto generoso e, così, riempie il sacco di monete d’oro e torna a casa, da sua madre; quando entra, svuota il sacco davanti alla madre e ai vicini di casa, poveri contadini che pativano la fame. Giufà distribuisce le monete a piene mani, felice e del tutto disinteressato a tenere la ricchezza per se e dicendo contento: “Pigghiàtivilli, chisti sunu i sordi di l’omu di issu ca nun parrava …”.

Nei racconti di Giufà, la figura dei ladri, finiscono sempre per essere gabbati, proprio dalla sciatteria.
A buon intenditore poche parole!

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