Conosco Maria Attanasio (mi ha onorata anche di una presentazione al mio Finisterrae) quale penna raffinatissima soprattutto di romanzi storici, come “Correva l’anno 1698” (ma sua è anche l’interessante distopia “Il condominio di via della Notte”).
Per poco ci rivela, in appendice, non aver abbandonato l’opera, sol perché non aveva trovato riscontro di veridicità ad uno dei suoi protagonisti, il barone Ruggero Henares. Francamente sarebbe stato un peccato mortale – e non solo perché è adesso nella dozzina del Premio Strega!

Ritengo, infatti, che a uno scrittore, con buona pace della poetica manzoniana, non si chieda il vero, ma una “storia”, un’affabulazione, un’immersione in un mondo. E in quello della Rosa Inversa dell’Attanasio si entra a tal punto da esserne rapiti.
Almeno tre sono i tempi di quest’opera, il ‘700 di Ruggero Henares con l’utopia egualitaria dell’Illuminismo che svanisce ancor prima di realizzarsi, resa vizza prima dall’Inquisizione (contraltare e antagonista nella persona del gesuita Saverio Crisafulli), poi dalla mano di un suo discendente del 1900, il cavaliere conservatore Flerez, per morire del tutto all’affacciarsi del fascismo, con cui si conclude… o forse no. Infatti, il finale dialoga col presente, con le democrature attuali, con la nostra fragile idea di libertà, il grande tema del romanzo.
Si viaggia tra Parigi, Londra, Roma, Napoli, Bologna, ma i luoghi più intensi sono quelli del cuore della scrittrice, della sua amata/odiata Calacte, a volte retriva, asfittica, con i suoi “sepolcri imbiancati”, a volte angolo di protezione, sosta, creatività (forse locus amoenus anche della scrittrice Maria) e amore, come la soffitta di Ruggero (che a me ha ricordato la cella in cui suor Teodora/Bradamante interrompe le sue avventure per scrivere del “Cavaliere Inesistente”).
Lo stile fa un tutt’uno con queste fascinazioni storiche, studiato, ricco, barocco, ma senz’alcuna pesantezza, proprio come l’architettura di Calacte e della “Rosa Inversa” (tra “movimenti” musicali, pre-testo, partitura…), anzi tondeggiante e morbido. Di altri tempi? No, del tempo della cultura!
Unico neo (ma solo per me) un Cagliostro rimodellato senza le odiose perversioni che lo rendono (non qui) un perfetto esempio di misoginia della peggior specie.

Ruggero Henares amava il passo felpato della notte, le sagome dei mobili al vacillare del lume, il riflesso larvale nel buio degli specchi, come se un residuo del giorno ancora vi si annidasse; a volte se ne restava lì davanti, immaginando che così doveva essergli apparso il mondo, quando tra la peste che accerchiava la città sua madre l’aveva sgravato: un inconsapevole chiarore nel cieco fondale della nascita.
E nelle sere di letizia, dopo una riunione con i fratelli o un felice incontro con Amalia, il fluire del mondo si stagliava nitido nell’essenziale verità di scienza e conoscenza, scavando luce nel gorgo della vita. E sonno sulle sue ciglia.
Buona lettura e buone riflessioni 🙂

Cinzia Di Mauro, autrice catanese di Pangolino mon amour!, tragicomiche avventure del periodo covid, All Around, di una fantascienza orwelliana Finisterrae Delos Digital (miglior romanzo di fantascienza italiana – Trofeo Cassiopea 2026), di una trilogia di fantascienza Genius (finalista Urania e Delos) Ledizioni, di un noir umoristico La storia vera di un killer nano (segnalato al Premio Calvino, pubblicato a breve con Delos), di un thriller sull’alta finanza Paso doble, di I love Meteorite, romanzo grottesco su una famiglia e un mondo distopico.