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19.05.2026

“Rita Atria paghi il canone Rai”: la richiesta shock 34 anni dopo la morte della testimone di giustizia

di Redazione | 2 min di lettura

La denuncia dell’associazione antimafia dedicata alla giovane siciliana morta nel 1992: “Lo Stato ignora le richieste sulla sua morte, ma le manda una tassa da pagare”

“Rita Atria paghi il canone Rai”: la richiesta shock 34 anni dopo la morte della testimone di giustizia
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Una richiesta di pagamento intestata a Rita Atria, la giovane testimone di giustizia morta nel 1992 dopo la strage di via D’Amelio, ha scatenato indignazione e polemiche.

La vicenda arriva da Milazzo, dove ha sede l’associazione antimafie fondata nel 1994 proprio in memoria della ragazza.

A denunciare l’accaduto è stata Nadia Furnari, vicepresidente dell’associazione, che parla di un episodio “incredibile”.

“Lo Stato non riapre le indagini, ma le chiede il canone Rai”

“Lo Stato non risponde alle nostre richieste di riaprire l’indagine sulla sua morte. Però chiede a Rita Atria di pagare il canone Rai”, ha dichiarato Furnari.

Secondo quanto riferito, nella sede legale dell’associazione sarebbe arrivata una richiesta di pagamento da 138 euro relativa al canone televisivo.

“Rita Atria è morta da 34 anni”

La vicepresidente dell’associazione sottolinea l’assurdità della situazione.

“Nell’appartamento indicato non si svolge alcuna attività sociale, c’è soltanto la sede legale dell’associazione e il canone Rai viene già regolarmente pagato”, spiega.

“Evidentemente per lo Stato la signora Rita Atria ha ancora un’attività”, aggiunge amaramente.

Chi era Rita Atria

Rita Atria era una giovanissima testimone di giustizia originaria di Partanna, in provincia di Trapani.

Collaborava con il giudice Paolo Borsellino dopo aver deciso di rompere i legami con l’ambiente mafioso della propria famiglia.

Morì il 26 luglio 1992, appena una settimana dopo la strage di via D’Amelio in cui venne assassinato il magistrato insieme agli agenti della scorta.

Aveva soltanto 17 anni.

Il suo corpo fu ritrovato sotto un balcone a Roma e la morte venne archiviata come suicidio.

La battaglia per riaprire il caso

Da anni, però, l’associazione che porta il suo nome continua a chiedere la riapertura delle indagini.

L’avvocato Goffredo D’Antona, che segue il caso, sostiene che nel 1992 le indagini furono superficiali e piene di lacune.

“Il fascicolo sulla morte di Rita Atria era microscopico – afferma –. Quando si indagò non si sapeva nemmeno che fosse una testimone di giustizia”.

“Troppe incongruenze”

Secondo il legale, mancherebbero numerosi elementi investigativi fondamentali.

“Non c’erano impronte digitali, non c’erano tracce biologiche. Ci sono molte incongruenze”, spiega.

Per questo è stata chiesta alla Procura di Roma la riapertura delle indagini, ipotizzando il reato di “istigazione colposa al suicidio”, senza escludere ulteriori scenari.

“Spero sia stato un errore automatico”

L’associazione presenterà una Pec per contestare formalmente la richiesta di pagamento.

Furnari prova comunque a dare una spiegazione burocratica all’accaduto.

“Mi rifiuto di pensare che dietro questa lettera ci sia un essere umano. Voglio credere che si sia trattato di un invio automatizzato, magari gestito dall’intelligenza artificiale”, conclude.

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