Dalle ultime notizie, Gli Usa sequestrano nave petroliera russa nelle acque venezuelane.
Giano Bifronte, figura importane nella mitologia romana, con il suo nome diede origine al mese di gennaio, e guarda caso, il mese di gennaio del 2026 assume un significato di “Richiamo alla via della violenza e dei continui scontri bellici”.
La mitologia romana, ricorda Giano, raffigurato con due volti che guardano simultaneamente al passato e al futuro ed era considerato il primo re del Lazio, che civilizzò gli Aborigeni, e accolse il dio Saturno durante il suo esilio, ricevendo in cambio, il dono della visione bifronte.
La sua figura è legata al mese di gennaio e al Tempio di Giano nel Foro Romano, le cui porte venivano aperte in tempo di guerra e chiuse in tempo di pace, sebbene quest’ultima condizione fosse rara. Oggi Giano bifronte indica una persona dalla doppia personalità e ipocrita, molto lontano di Giano dei romani che durante il conflitto con i sabini, fece sgorgare una fonte d’acqua bollente che cacciò gli assalitori. Ed oggi, a chi ci porta la figura di Giano? Proprio al Presidente americano, Donald Trump, che fino a pochi mesi addietro aspirava al Nobel per la Pace e adesso, al pari di Putin che vuole ricostruire la vecchia URSS, si “fissa” sul rendere grandiosi gli Usa, a partire dal Sud America per arrivare fino ai Paesi Artici e impadronirsi della Groenlandia.
Ed ecco giunti al terzo appuntamento con il Generale di Corpo d’Armata Giovanni Ridinò, esperto in Strategie belliche, per la sua vasta esperienza professionale e quale già Direttore della Cellula Strategico Militare dedicata ad UNIFIL” presso le Nazioni Unite in New York.
Buongiorno, a lei ed ancora grazie per la fiducia dimostratami, nel voler esporre al pubblico, mie considerazioni sul come si è arrivati alla crisi internazionale in atto. Gli Stati Uniti dopo la fine della guerra fredda, percepita come una vittoria sull’ Unione Sovietica, hanno creduto di poter esportare il modello della loro democrazia nel mondo ritenendo di essere portatori di una superiorità morale. Le loro attenzioni si sono concentrate sul fronte europeo con un allargamento della NATO verso est, su richiesta degli Stati che avevano subito il dominio sovietico dalla fine del II conflitto mondiale. Un allargamento non concordato tra l’allora presidente degli Stati Uniti, Reagan e l’omologo Gorbaciov che ha suscitato il clima di sfiducia da parte della Russia nei confronti dell’occidente ed un senso di rivalsa dopo l’umiliazione subita con il collasso dell’URSS.
L’altro sguardo di interesse, gli USA lo hanno dedicato al medio oriente per garantire l’accesso libero e stabile alle risorse petrolifere del Golfo Persico, consolidando i rapporti con l’Arabia Saudita e le monarchie del golfo e garantendo loro protezione militare, in cambio del mantenimento dei flussi di rifornimento necessari allo sviluppo economico. Nel contempo hanno cercato di contenere l’influenza dell’Iraq e dell’Iran per garantire la stabilità del mercato petrolifero.
Sì, un conflitto durato circa 20 anni con un impegno finanziario senza precedenti e con risultati finali quasi nulli in termini di stabilità. Nel settore militare, in espansione, gli USA mantengono una forza operativa di circa 2 milioni di effettivi a cui si aggiungono riservisti ed altre categorie di personale militare. Le forze aeree contano circa 13mila velivoli e quelle navali dispongono di circa 440 navi di cui circa 11 portaerei. Nel settore nucleare gli Stati Uniti dispongono di un arsenale tra i più grandi al mondo insieme a quello della Russia con una disponibilità di circa 5170 testate.
La Russia è dovuta riprendersi dalla grande crisi generata dalla dissoluzione dell’URSS. Una transizione (politica, economica e valoriale) che aveva portato il paese sull’orlo del collasso. Gli anni Novanta , infatti, sono ricordati come uno dei momenti più drammatici della storia russa recente, caratterizzata da inflazione, disoccupazione, criminalità e fragilità istituzionale, accompagnati da un significativo calo delle condizioni di vita della popolazione, non solo in termini economici, ma anche sanitari e personali. Una crisi che aveva generato una sudditanza nei confronti degli Stati Uniti, che si sentivano i vincitori della Guerra Fredda, ed una perdita di consenso nei rapporti internazionali soprattutto in Africa dove i legami creati con la protezione di regimi affiliati ed il controllo delle aree ricche di materie prime venivano compromessi.
È vero e grazie alle risorse provenienti dalle estrazioni dei giacimenti di petrolio e di gas, il paese ha potuto riprendersi dalla grave crisi economica e ricostruire i rapporti con i regimi affiliati in Africa ed in Sud America. Una proiezione basata su supporto militare, che riprende il modo di operare già utilizzato all’epoca dell’URSS, aggiornato nel metodo con un approccio articolato che combina sicurezza, accesso alle risorse e influenza politico-diplomatica. In particolare nel Sahel, l’Africa Corps (forza militare ufficiale) ha rilevato le infrastrutture e le reti precedentemente utilizzate dalla struttura paramilitare della Wagner, offrendo addestramento, protezione dei regimi e controllo di aree ricche di materie prime. In particolare la proiezione militare e paramilitare nel Sahel e nel Mediterraneo, allargato dal Cremlino, si pone come uno strumento primario per condizionare l’Europa, con la gestione dei flussi migratori e le azioni di destabilizzazione di alcuni Stati dell’area settentrionale africana. Nel settore militare, in espansione, la forza dell’esercito russo, oggi, raggiunge circa 1,5 milioni di effettivi e può contare su circa 2 milioni di riservisti. La Russia dispone, inoltre, di una forza aerea di circa 4200 unità, e di circa 600 unità navali.
Sì, proprio da rabbrividire! Nel settore nucleare, la Russia dispone del più grande arsenale al mondo che ammonta a circa 5.580 testate superando quello degli Stati Uniti e che potrebbe espandersi dopo il febbraio del 2026, data limite che la Russia si era imposta nel sospendere la produzione di ulteriori ordigni.
Per cercare di interpretare nel modo migliore la complessa situazione attuale, ritengo si debba partire proprio dalla guerra in Afganistan. Un conflitto che oltre ad aver drenato ingenti risorse umane e materiali ha avuto come effetto collaterale geopolitico una diminuzione della credibilità militare degli USA.
Il ritiro, poi, dal territorio afgano ha segnato il picco più basso della capacità organizzativa e militare della coalizione a guida statunitense. Questa situazione ha dato la stura e rinvigorito le mire espansionistiche di Russia e Cina. La prima ha creduto di poter spingere avanti le mire putiniane nella riconquista della grandezza della grande Russia degli zar ed ha dato vita all’ Azione Speciale che mirava alla sottomissione dell’Ucraina. La seconda ha continuato la sua penetrazione economica nel mondo con l’accaparramento di beni di natura strategica, raggiungendo quasi il monopolio sulla capacita di approvvigionamento di molti materiali essenziali per lo sviluppo delle nuove tecnologie. Una espansione non solo di materiali e di beni ma anche di intrusione nelle aree precipue di influenza degli Stati Uniti.
In realtà Trump sta cercando di rimettere un po’ le cose secondo un disegno che ha molto di strategico e poco di improvvisazione.
Chi pensava, dopo le prime affermazioni del Presidente degli USA, che si potesse prospettare un isolazionismo dell’America, ha dovuto ricredersi. Trump è un uomo d’affari e guarda le cose con pragmatismo. Ha dato la sveglia all’Europa rimproverandole di aver goduto per la sua difesa dello scudo americano nell’ambito della NATO ed invitando a pensare di più alla difesa dei propri interessi in Europa e nel mondo;
ha cercato di porre fine al conflitto russo-ucraino, che non avrebbe mai dovuto cominciare, dando un po’ la colpa di tutto alla precedente fallimentare amministrazione della Casa Bianca ed all’ Europa che non ha saputo gestire una situazione che è più di interesse europeo che degli USA.
Sì, vero! Azione, questa, il cui obiettivo vero resta la Cina, per bilanciare e contrastare le sue esportazioni e dare un colpo alla sua economia. Ha riportato gli USA nel medio oriente, rilanciando “gli accordi di Abramo” che tendono a normalizzare i rapporti tra Israele e diversi Stati arabi. L’attacco all’Iran con Israele, oltre a difendere lo stato ebraico dagli attacchi diretti ed indiretti iraniani, ha voluto dare un alto là alla ricerca degli Ayatollah di dotarsi di un armamento nucleare e ridimensionare, nel contempo, gli equilibri di forza nell’area. La tregua a Gaza è un po’ un successo di questa politica che rimette al centro del conflitto gli stati arabi come possibili garanti di un processo di pace certamente non facile né breve. L’azione in Venezuela insieme alle pressioni su Panama, sul Messico e sulla Colombia si configurano come un avvertimento a Russia, Cina ed Iran per ribadire l’appartenenza del sud America alla sfera di influenza degli USA.