Decadentismo Azzurro: cosa è successo al calcio italiano?

Decadentismo Azzurro: cosa è successo al calcio italiano?

ITALIA – Una colonna sgretolata dal fatale giro delle lancette, un circolo vizioso di scelte sbagliate, una macchina “perfetta” che non riesci più a partire. Sembra assurdo immaginare una nazionale ornata da “quattro stelle” e campione d’Europa uscente, finire meritatamente il proprio torneo agli ottavi, senza aver mai “parlato” calcio. 

Ma davvero tutto di un tratto gli italiani si son scordati come si gioca oppure la sconfitta con la Svizzera è solo uno spigoloso pezzo del decadente puzzle di un sistema fermo da troppi anni?

Caccia al colpevole

Il triplice fischio di Berlino ha spalancato le porte ad una caccia al colpevole infinita. Chi in primis avrebbe voluto le dimissioni di Spalletti, chi invece ha sentenziato un intramontabile “Andate a lavorare” e chi invece ha puntato ai vertici di quella disastrosa campagna, gettando ogni colpa sulla FIGC.

Un’Italia senza idee

Partito con l’idea di trasformare la nazionale in un secondo Napoli scudettato, Spalletti non è riuscito minimamente a replicare quel gioco pirotecnico visto 2 anni fa, proponendo invece una metamorfosi continua e confusa di moduli e sfociando semplicemente nel non calcio.

Perché se si cambiano quattro moduli in quattro partite forzando i giocatori in posizioni non loro, vedi il “blocco Inter” destrutturato, come si poteva pretendere di creare un gioco armonioso e un’identità precisa?

Identità che gli Azzurri non hanno mai dimostrato di avere, in un gruppo mai creato e sviscerato di quella serenità da gita scolastica vista ad Euro 2020, irrigidita invece da un ambiente demoralizzato e “militare”.

Insistere poi nella titolarità di alcuni giocatori completamente fuori forma, Di Lorenzo su tutti condizionato forse dal disastro Napoli, non ha dato vita a nulla se non agli scarsi minuti di chi avrebbe meritato invece di più.

Un sistema che non funziona

Il fallimento della Nazionale non è però un episodio improvviso ma radicato tra quei cocci traballanti di un vaso azzurro sempre più crepato

Non siamo mai riusciti ad attivare un meccanismo di valorizzazione del talento delle giovanili”.



Queste dichiarazioni del presidente della FIGC Gabriele Gravina riassumono a pieno la situazione critica del calcio italiano.

Un organo che preferirà sempre valorizzare i club rispetto alla nazionale, vista come un pericolo per i propri interessi, e che preferirà pagare 40 milioni un giocatore di un club estero invece di valorizzare i propri vivai in un campionato con il 67% di calciatori stranieri.

È incredibile pensare che gli Azzurrini debbano assistere al mal esempio dei grandi ed è ancora più incredibile non dare una possibilità concreta a questo perenne acerbo talento, saturo di esaltazioni popolari e di zero presenze in prima squadra.

Le proposte di Gravina

Tra le miriadi di critiche e le continue richieste di dimissioni, Gabriele Gravina ha cercato di delineare un piano per far riemergere il Bel paese:

Abbiamo già iniziato a istituire un organismo consultivo all’interno del Club Italia composto da cinque-sei esperti dei club di Serie A, per individuare una strategia di valorizzazione dei giovani”. 

E continua: “È stato avviato un percorso di valorizzazione attraverso le Seconde Squadre, ma che crea tensioni politiche all’interno del Consiglio Federale. Si parla di valorizzazione dei giovani, e poi serve un provvedimento del Governo sul tema del vincolo sportivo”.

Abbiamo – conclude – squadre Primavera con il 100% di calciatori stranieri, la nostra Primavera ha aumentato il limite di età di un anno. Si chiede alla FIGC di attivare processi che valorizzino i giovani e poi arriva l’emendamento di un deputato che mira a dare alle Leghe la piena titolarità dei campionati, anche quelli giovanili di competenza”.

Nations League e l’obiettivo Mondiali

L’Italia dovrà adesso riemergere da quelle pesantissime macerie che con il passare delle stagioni hanno sempre più soffocato la passione di un paese intero.

Con la Nations League alle porte, l’imperativo per Spalletti è quello di salvare il salvabile e cercare di gettare le basi di una nazionale solida in vista dei Mondiali nel 2026.