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16.06.2026

Assenteismo alla Reset di Palermo, dipendenti al bar e dal barbiere durante il lavoro

di Redazione | 2 min di lettura

La Digos contesta circa cinquanta episodi.

Assenteismo alla Reset di Palermo, dipendenti al bar e dal barbiere durante il lavoro
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C’era chi, durante l’orario di lavoro, sarebbe andato a fare la spesa con la moglie, chi sarebbe tornato a casa e chi avrebbe trascorso il tempo al bar o dal barbiere. È quanto emerge dall’inchiesta sull’assenteismo alla Reset di Palermo, la società partecipata del Comune che si occupa, tra le altre attività, della pulizia delle spiagge e della manutenzione del verde pubblico.

L’indagine, condotta dalla Digos di Palermo, coinvolge dieci dipendenti. A nove di loro è stata notificata la misura dell’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria, mentre un altro lavoratore ha ricevuto un avviso di garanzia.

L’ipotesi di reato contestata è quella di truffa aggravata. Due degli indagati devono rispondere anche di peculato, poiché avrebbero utilizzato un’automobile di servizio mentre si trovavano lontani dal posto di lavoro. Gli episodi di presunto assenteismo ricostruiti dagli investigatori sarebbero circa cinquanta.

L’indagine partita dalla denuncia del presidente della Reset

L’inchiesta ha preso il via da una denuncia presentata alla Digos dal presidente della Reset, Fabrizio Pandolfo.

Analizzando le immagini delle telecamere di videosorveglianza installate nella sede della partecipata, in viale Strasburgo, gli investigatori avrebbero notato uno dei dipendenti indagati, Giuseppe Santonocito, coprire con un guanto la fotocellula del cancello per impedirne la chiusura e uscire a bordo di un mezzo di servizio.

Secondo la ricostruzione investigativa, il lavoratore sarebbe stato inoltre ripreso mentre timbrava il badge per conto di diversi colleghi, attestandone così la presenza sul posto di lavoro.

Telecamere e pedinamenti della Digos

Dopo i primi riscontri, gli agenti della Digos hanno installato ulteriori telecamere e avviato servizi di osservazione e pedinamento.

Le attività investigative avrebbero fatto emergere, secondo quanto riportato nel provvedimento del giudice per le indagini preliminari, un sistema di assenteismo organizzato e ripetuto nel tempo. Le false attestazioni della presenza sarebbero state rese possibili dall’uso irregolare dei dispositivi di rilevazione e dalla collaborazione tra colleghi.

Il gip descrive un presunto meccanismo basato sulla reciproca agevolazione tra i dipendenti, che avrebbero registrato la presenza dei colleghi permettendo loro di allontanarsi dalla sede di lavoro.

Il gip: «Un modus operandi consolidato»

Nel provvedimento si parla di un «modus operandi consolidato», caratterizzato da pratiche condivise e ripetute, finalizzate a garantire una regolarità soltanto apparente delle timbrature.

In questo modo, secondo l’accusa, alcuni dipendenti avrebbero potuto lasciare il luogo di lavoro per dedicarsi ad attività private, sottraendosi in tutto o in parte alla prestazione lavorativa dovuta.

Tra gli episodi documentati figurerebbero soste al bar, appuntamenti dal barbiere, rientri nella propria abitazione e commissioni personali svolte durante l’orario di servizio.

La posizione del supervisore della squadra

Particolare rilievo viene attribuito dagli investigatori alla posizione di Antonino Mercante, indicato come supervisore e responsabile della squadra di lavoro.

Il suo ruolo prevedeva compiti di coordinamento e, secondo il gip, comportava un dovere di correttezza più elevato, oltre a una maggiore capacità di incidere sul comportamento degli altri componenti della squadra.

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