“Non mi sottraggo”, la lezione dello statista Mattarella al Parlamento che non sa scegliere

“Non mi sottraggo”, la lezione dello statista Mattarella al Parlamento che non sa scegliere

ITALIA – Il bene dello Stato prevale “su altre considerazioni e su prospettive personali differenti, con l’impegno di interpretare le attese e le speranze dei nostri concittadini“.

È stato chiaro Sergio Mattarella, nella sua comunicazione pubblica rilasciata sabato sera davanti al presidente della Camera Roberto Fico e alla presidente del Senato Elisabetta Casellati che lo informavano della sua rielezione al Quirinale.


Il grande stallo

Nel grande guazzabuglio del “conclave laico” che non è riuscito a partorire un nome condiviso di alto profilo da designare per il Colle (uomo o donna che fosse), si è rivelato necessario il “sacrificio” del Capo dello Stato per sciogliere l’imbarazzante stallo.

Dodici mesi fa la crisi del Governo aveva costretto il presidente della Repubblica ad affilare le armi e indicare Mario Draghi come successore di Giuseppe Conte. Stavolta un’altra “perturbazione” ha sconvolto il Parlamento, costringendo il giurista siciliano a prestare orecchio alle richieste provenienti dall’assemblea.

Lo statista Mattarella

Presidente, resti per il bene e la stabilità del Paese“, questa l’istanza dell’ex governatore della Bce a colloquio in mattinata con Mattarella mentre alla Camera era in corso la settima votazione.

Stanco per il logorante settennato al Colle e con un trasloco ormai completato, a 80 anni compiuti il presidente uscente ha deciso di mettersi comunque a disposizione del Paese, nel rispetto della visione dell’ex président de la République Georges Pompidou.

Nell’armadio, quindi, i panni del “nonno Sergio” – che erano pronti a essere indossati a breve – e fuori (nuovamente) l’abito dell’uomo di Stato.

Il presidente di tutti

Mattarella nel 2015 ottenne 665 voti, provenienti in maggioranza dal Centrosinistra e in parte da Forza Italia, atto che sancì la dissoluzione del Patto del Nazareno costituito un anno prima tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi.

L’elezione, come qualcuno ricorderà, venne mal digerita da Lega e Movimento 5 Stelle, con Matteo Salvini e Beppe Grillo al tempo poco teneri nei confronti del nuovo presidente.

Il 29 gennaio 2022, con il superamento delle gelosie tra i partiti, il Capo dello Stato ha accumulato 756 preferenze, diventando il secondo inquilino del Quirinale più votato nella storia della Repubblica alle spalle di Sandro Pertini.

Da candidato, sette anni fa, del Partito Democratico, Mattarella è oggi divenuto il “presidente di tutti”, facendosi apprezzare per generosità e – ancora una volta – senso delle Istituzioni.

Un Parlamento fragile

Tutti contenti? No di certo. Il grande passo del Capo dello Stato ha messo alla luce le ultime fragilità della Seconda Repubblica e di un emiciclo confuso e scarsamente credibile, nonché internamente frazionato malgrado l’apparente uniformità delle larghe intese.

Le strette di mano e gli applausi che si sono moltiplicati tra Grandi Elettori e kingmakers al raggiungimento del quorum rappresentano il manifesto dell’incapacità. Espressione di un sentimento ben lontano dalla soddisfazione per il raggiungimento di un obiettivo condiviso.

Da Mattarella a Mattarella, dunque. Con un grande sospiro di sollievo da parte di chi temeva di vedere crollare la legislatura prima della sua naturale conclusione prevista per il prossimo anno.

Immagine di repertorio