CATANIA – Domenica 26 al Teatro don Bosco di Catania la Compagnia “Teatro Per Passione” ha messo in scena “Occhio non vede” di Aldo Lo Castro, una commedia che trae spunto da un fatto realmente vissuto sulla pelle dello stesso autore per un copione che mette a nudo, tra paradossi e amare realtà, le diverse storture del nostro sistema sanitario.
Così un reparto di oculistica diventa l’idealtipo di uno spaccato sociale di una corsia d’ospedale con gli immancabili fitti dialoghi, intinti di luoghi comuni, tra degenti, di relazioni amicali estemporanee ma anche ilari e soprattutto ondivaghe, accese, diatribe tra “liscia” e polemiche al vetriolo, catartici sarcasmi e, manco a dirlo, incontenibili isterie equamente ridistribuite tra pazienti, personale medico e paramedico per una rappresentazione dove il limen tra risate e cupe riflessioni si assottigliava sempre più fino a diventare quasi inesistente.
I personaggi? Eccoli: nel letto numero 2 il ricoverato Impellizzeri con Roberto Cosentino che ci ha donato il prototipo del degente che subisce le “distrazioni” delle infermiere ma che ugualmente ben interagisce nei colloqui con gli altri pazienti facendo da perfetta spalla per tutti e senza sbagliare una battuta. Bravo, anzi, bravo due volte.
Mentre il letto numero 3 è occupato dal degente Palmi interpretato da Stefano Nicotra che recita come fosse una simpatica “marionetta”, tono di voce compreso, caratterizzando il personaggio così come da copione rendendolo davvero credibile nel suo incedere da pasticcione, impertinente e petulante, caratteristiche esaltate dalla quasi cecità. Una sorta di -buon- prezzemolino onnipresente.
Poi lei, il deus ex machina della risata, Graziella Filocamo che si è mossa a suo agio suscitando più di un applauso, non è poco considerando che era la sua prima volta da “infermiera Scirè” impegnata in un redditizio “tuttofare” per “sopravvivere”, intraprendente con un ottimo senso degli affari e una personale gestione delle priorità, compreso l’ago della puntura lasciato “appeso”. Altra infermeria, altro ruolo che vede Marzia Fiume -ben- giocare il triplo personaggio -tra stereotipi e realtà- dell’operatrice sanitaria pedante ma anche quinta essenza dell’isterismo e… amante del vice-primario ma.. tradita dallo stesso; una tripartizione di ruoli che ne hanno esaltato le sue poliedriche caratteristiche supportate da una, ricercata quanto desiderata, costante crescita recitativa.
Non poteva mancare anche il vice-primario, il dottore Astuto -nomen omen- con Davide D’Amico che ha afferito, durante la recita, anche alla sua esperienza lavorativa in ospedale, ma quello vero, vita vissuta che ci ha trasmesso nei toni e nell’altera postura: il risultato? Non poteva essere che uno solo: vero più del vero!
Altro paziente nel letto numero 4 occupato dal professore di filosofia con Antonio Sangari che cerca l’enfasi giusta grazie a un tono aureo dell’uomo di cultura e che fa fatica a comprendere l’irrazionalità di ciò che gli accade intorno arrabbiandosi, ma per poi cedere ai ricatti del sistema e per amore della figlia. Ruolo ben corroborato dalla moglie dal tono elegantemente snob con una Maria Iuvara che, come sempre, non ha nessun problema in rapide metamorfosi e con la solita impennata recitativa al suo ingresso in scena.
C’è anche un debutto nella compagnia, quello di Valeria Luci che è riuscita a contenere l’emozione della sua prima sul palcoscenico reggendo un ruolo che, se pur breve, è stato indirettamente chiave di volta per esaltare uno dei diversi aspetti della malasanità come il clientelismo.
E ti ritrovi anche Alessandro Mazza in una sorta di giornalista mancato nella vita. Sì, perché ha fatto di tutto, riuscendoci, per sembrare vero incalzando domande su domande come il più classico dei cronisti.
Infine Franco Torrisi, letto numero 1 ovviamente, nelle vesti di Scardaci, un paziente molto paziente e instancabile mattatore stavolta in una condivisone quasi paritaria di ruolo/i principale/i, per una coralità che ha retto l’intera impalcatura che è stata la base di una struttura narrativa scorrevole quanto piacevole.
E se alla fine la commedia è piaciuta al pubblico – ed è piaciuta davvero – siamo quasi certi perché diversi tra gli spettatori si sono rivisti tra i vari personaggi risvegliando, loro malgrado, sgradevoli reminiscenze di episodi vissuti nella quotidianità di chi è incappato nella rete della sanità “tutta nostrana” e forse questa è stata la leva giusta che ha innescato i fragorosi, reiterati, applausi.
E adesso ci si vedrà (è il caso di dirlo) l’anno prossimo con il nuovo cartellone 2026/2027 davvero da…Chapeau!



