Giuseppe Insalaco, il sindaco dei cento giorni che sfidò mafia e politica

Giuseppe Insalaco, il sindaco dei cento giorni che sfidò mafia e politica

PALERMO – Tre mesi per provare a cambiare Palermo, mettere in discussione l’intoccabile sistema degli appalti e rinnovare il suo partito, la Democrazia Cristiana. Erano i progetti di Giuseppe Insalaco, “il sindaco dei cento giorni”, quelli durante i quali era rimasto in carica alla guida dell’amministrazione comunale del capoluogo siciliano.

Il suo ambizioso programma aveva provocato il fastidio dei comitati d’affari (che si spartivano gli appalti della città) e dei suoi stessi colleghi di partito (che avevano visto messo in discussione il loro status quo).

Esposti anonimi e tiri franchi all’interno della DC e della giunta comunale, avevano minato la sua sindacatura, portandolo a dimettersi dalla carica di primo cittadino dopo soli tre mesi di mandato. Eppure quel lasso di tempo era bastato a scuotere la città, a prendere posizione contro la mafia e a denunciare le collusioni tra padrini e politici.

Giuseppe Insalaco, “il sindaco dei cento giorni”

Figlio di un carabiniere, era diventato sindaco di Palermo il 17 aprile 1984. Pochi giorni dopo, in occasione dell’anniversario dell’uccisione di Pio La Torre e Rosario Di Salvo il primo “scandalo”. Si era schierato apertamente contro Cosa nostra recandosi sul luogo dell’eccidio indossando la fascia tricolore e facendo tappezzare la città con cartelli del Comune che ne denunciavano l’escalation sanguinaria. Era la prima volta che in un manifesto dell’amministrazione cittadina compariva la parola “mafia”.

Ma non era stata una scelta di campo isolata. Il 5 maggio aveva raggiunto Roma per partecipare a una manifestazione contro mafia e camorra. E aveva scritto alle famiglie vittime di Cosa nostra: “Non ho nessuna intenzione di essere un sindaco fantoccio”. Non una frase a caso.

Giuseppe Insalaco

Fonte foto: Wikipedia

I grandi appalti e la mafia

Più volte, infatti, nel corso dei suoi cento giorni da sindaco aveva denunciato le pressioni subite da Vito Ciancimino e dagli uomini a lui vicini. Li aveva anche indicati come i gestori dei grandi appalti al Comune di Palermo per conto della mafia. “La danza dei miliardi”, come la chiamava Insalaco, che aveva rifiutato di firmare i mandati di pagamento che trovava sulla sua scrivania, confusi insieme alla posta ordinaria.

Il sindaco, però aveva un chiaro obiettivo per appalti e conseguenti rinnovi. Era, infatti, intenzionato a regolarizzarli attraverso gare pubbliche aperte a tutte le ditte nazionali ed estere. In particolare la questione toccava gli interessi miliardari di due grandi aziende: la Lesca (che dal 1938 si occupava della manutenzione delle strade e delle fogne) e la Icem (che dal ’69 gestiva la pubblica illuminazione). Gli operai delle due ditte contestate, vedendo minacciati i loro posti di lavoro, avevano allora manifestato animatamente e chiassosamente il loro dissenso nei confronti del sindaco Insalaco proprio davanti Palazzo delle Aquile.

Il principale oppositore del primo cittadino sulla questione degli appalti, però, militava tra le file del suo stesso partito e sedeva sugli scranni della sua stessa giunta: era Salvatore Midolo, assessore alle Manutenzioni, democristiano della corrente di Vito Ciancimino. Con le sue dimissioni, infatti, aveva finito per provocare la caduta di tutta la giunta.

A queste condizioni non è possibile fare il sindaco di Palermo”, aveva commentato Giuseppe Insalaco. Che aveva lasciato Sala delle Lapidi affermando: “Finalmente è finita”.

Gli esposti anonimi e l’arresto

Ma no, non lo era. La lunga resa dei conti era solo all’inizio. Intanto erano stati due gli esposti anonimi presentati (il 15 febbraio e il 16 luglio) che lo accusavano di corruzione. Il 3 ottobre la commissione parlamentare antimafia lo aveva ascoltato a Palazzo San Macuto, a Roma. Anche in quell’occasione aveva reso dichiarazioni in merito alle ingerenze della mafia nella politica palermitana: “Non sono un democristiano pentito, ma sono venuto qui per dire quello che penso della DC palermitana, degli affari, dei grandi appalti, di Ciancimino, dei perversi giochi che mi hanno costretto alle dimissioni dopo appena tre mesi”.

Due settimane dopo quel colloquio ignoti avevano rubato la sua auto, parcheggiata davanti casa (lo stesso stabile di Giovanni Falcone), e l’avevano data alle fiamme. Alcuni accusarono Insalaco di aver appiccato egli stesso il rogo per poterne parlare in televisione.

Il 18 novembre, intanto, era entrato all’Assemblea regionale siciliana, subentrando al segretario regionale della DC Rosario Nicoletti, morto suicida.

Il 5 febbraio 1985, in merito alle accuse precedentemente mosse nei suoi confronti, era stato emesso un ordine di cattura. Il 28 marzo Insalaco si era costituito. Ascoltato dal consigliere Antonio Caponnetto e dal giudice istruttore Falcone, l’ex sindaco aveva iniziato a squarciare il velo che celava i giochi di potere in atto tra mafia, pezzi di Stato, imprenditoria e alta finanza.

Ancora una volta Giuseppe Insalaco aveva puntato il dito contro Ciancimino e il suo “entourage”: “A Palermo non può farsi, né può durare in carica un sindaco se non lo vogliono Ciancimino e Lima”.

Dopo aver rilasciato diverse deposizioni, ad agosto l’ex primo cittadino di Palermo aveva ottenuto la libertà provvisoria. Lo attendeva il vuoto attorno, lasciato solo fino alla fine.

Il memoriale di Giuseppe Insalaco

Io sono vittima di un killeraggio politico, mi stanno uccidendo con le carte e non con le armi”. Era una delle frasi contenute in un lungo memoriale scritto da Giuseppe Insalco nel quale, a corredo di una ricca e importante documentazione, accusava noti personaggi e diversi esponenti della DC, il sistema della gestione degli appalti e il potere cittadino. Sul primo foglio, sotto l’intestazione “Repubblica Italiana Assemblea regionale Siciliana”, aveva vergato e sottolineato sette parole: “Riservato solo in casi di fatti eccezionali”. Conteneva anche una lista di “buoni e cattivi”. Nascosto in un appartamento di via Papireto, il memoriale era stato ritrovato (e pubblicato su L’Unità e La Repubblica) solo dopo il suo assassinio.

L’omicidio

Il 12 gennaio 1988, mentre si trovava imbottigliato nel traffico con la sua auto in via Cesareo, Giuseppe Insalaco era stato avvicinato da due ragazzi su una Vespa. Spararono cinque colpi di pistola, quattro dei quali andarono a segno. Aveva 46 anni. Armi, motorino e casco furono lasciati sul luogo del delitto. Gli inquirenti hanno identificato i suoi assassini in Nino Galliano e Domenico Guglielmini, insieme a Domenico Ganci, successivamente condannati quali componenti del commando. Il 17 dicembre 2001 la Cassazione ha confermato gli ergastoli per Ganci e Guglielmini.

Fonte immagine di copertina: Raiplay.it – Telefono Giallo