Un commento apparentemente come tanti
“Ah, la solita rissa“. È un commento come tanti. Uno di quelli che scorrono sotto una notizia di cronaca e che probabilmente passerebbero inosservati se non fosse per il peso che portano con sé.
Tre parole. Tre parole che raccontano molto più di quanto sembri.
Perché quando una rissa diventa “la solita rissa”, quando un’aggressione diventa “la solita aggressione”, quando un coltello nelle mani di un ragazzo viene archiviato come l’ennesimo episodio di una lunga serie, forse il problema non è più soltanto ciò che accade.
Il problema è che abbiamo smesso di sorprenderci. Abbiamo smesso di indignarci. Abbiamo smesso perfino di averne paura. Abbiamo accettato tutto questo come fosse routine, normalità.
Ogni giorno leggiamo di giovani che si affrontano per strada, di baby gang che trasformano una piazza in un campo di battaglia, di ragazzi che portano con sé coltelli come se fossero un accessorio qualsiasi.
Ogni giorno assistiamo a episodi che, fino a qualche anno fa, avrebbero occupato per settimane il dibattito pubblico.
Oggi durano il tempo di uno scorrimento sullo schermo. Una notifica. Un titolo. Un commento. Poi si passa oltre.
La violenza è entrata nelle nostre vite con tale frequenza da aver perso la capacità di scandalizzarci. È diventata un rumore di fondo. Una presenza costante. Quasi normale. Ed è proprio questa normalità a fare paura.
Dietro molte di queste notizie ci sono adolescenti. Ragazzi che dovrebbero preoccuparsi di un’interrogazione, di un amore finito male, di una partita di calcio con gli amici.
Invece impugnano coltelli. Si organizzano in gruppi. Cercano lo scontro. Filmano le aggressioni. Pubblicano la violenza come fosse un trofeo.
E noi, lentamente, abbiamo iniziato a guardare tutto questo senza più stupirci davvero. Forse perché accade troppo spesso. Forse perché ci sentiamo impotenti. Forse perché abbiamo accettato l’idea che sia inevitabile.
Ma non lo è. Non dovrebbe esserlo.
Ogni volta che un ragazzo colpisce un altro ragazzo, non perde soltanto chi finisce in ospedale.
Perde una scuola. Perde una famiglia. Perde una città. Perde una comunità intera. Perché nessuna violenza nasce dal nulla.
Dietro ogni pugno, ogni minaccia, ogni lama estratta ci sono silenzi, assenze, fragilità, esempi sbagliati e una crescente incapacità di riconoscere il valore dell’altro.
Pensare che il problema riguardi sempre qualcun altro è forse il più grave degli errori.
Forse dovremmo preoccuparci meno del numero delle risse e di più del modo in cui le raccontiamo.
Perché il giorno in cui una violenza diventa ordinaria nel linguaggio, ha già vinto una parte della sua battaglia.
Le parole non sono mai neutre. Sono il termometro della nostra sensibilità.
E se davanti all’ennesimo episodio di cronaca la prima reazione è “ah, la solita rissa“, allora la domanda da porci non riguarda soltanto chi ha impugnato un coltello o sferrato un pugno.
La domanda riguarda tutti noi. Quando abbiamo smesso di considerare eccezionale ciò che non dovrebbe mai diventare normale?
Perché una società non si misura soltanto dalla capacità di condannare la violenza. Si misura dalla capacità di continuare a scandalizzarsi davanti ad essa. Anche quando la vede ogni giorno.