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16.03.2026

Messina, caporalato digitale nel food delivery: rider pagati meno di 3 euro a consegna

di Redazione
Messina, caporalato digitale nel food delivery: rider pagati meno di 3 euro a consegna

MESSINA – Un sistema di sfruttamento del lavoro nel settore delle consegne a domicilio è stato scoperto a Messina al termine di una complessa indagine coordinata dalla Procura della Repubblica e condotta dai carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro (NIL).

Al termine delle investigazioni è stato notificato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari nei confronti dell’amministratore unico e di tre collaboratori di una società messinese attiva nel food delivery.

Agli indagati viene contestato il reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, il cosiddetto caporalato, aggravato dal numero dei lavoratori coinvolti.

Decine di rider sfruttati

Secondo quanto emerso dalle indagini, il sistema avrebbe coinvolto diverse decine di rider italiani, in gran parte studenti universitari e giovani messinesi, costretti a lavorare in condizioni particolarmente penalizzanti.

I ciclofattorini utilizzavano mezzi propri per effettuare le consegne e venivano pagati a cottimo tra 2,40 e 2,99 euro per consegna, compensi in alcuni casi inferiori anche alla metà di quanto previsto dal contratto collettivo nazionale del settore trasporti e logistica.

Per raggiungere un reddito minimo, i lavoratori erano quindi costretti ad accettare ritmi di lavoro elevati e condizioni di rischio sulla strada.

Il sistema di controllo

Gli accertamenti hanno portato alla luce un vero e proprio “caporalato digitale”.

La società avrebbe utilizzato una piattaforma informatica proprietaria per assegnare gli ordini e monitorare costantemente l’attività dei rider. A questo sistema si affiancava un controllo diretto tramite chat WhatsApp, attraverso le quali venivano impartite indicazioni operative e verificati i tempi di consegna.

Tra le direttive aziendali vi sarebbe stato anche l’obbligo per i rider di inviare la parola “libero” tramite l’applicazione al termine di ogni consegna, aggiornandola continuamente per segnalare la disponibilità immediata a nuovi incarichi.

Il rider, secondo quanto ricostruito, non poteva rifiutare una consegna senza fornire una motivazione ritenuta valida. In caso contrario rischiava richiami o la mancata assegnazione di nuovi ordini.

Violazioni su sicurezza e contributi

Nel corso dell’indagine sono state inoltre accertate gravi violazioni in materia di sicurezza sul lavoro, tra cui l’assenza di formazione sui rischi professionali e la mancata sorveglianza sanitaria dei lavoratori.

I carabinieri del NIL hanno quindi elevato sanzioni per oltre 66mila euro.

Parallelamente sono state avviate le procedure per il recupero di contributi previdenziali e assistenziali non versati, per un importo complessivo di oltre 696mila euro.

Secondo gli investigatori, l’azienda avrebbe monitorato costantemente i compensi dei rider per non superare la soglia dei 5mila euro annui, limite utilizzato per qualificare il rapporto come prestazione occasionale ed evitare così il pagamento dei contributi.

Il tentativo di cancellare le prove

Dopo avere appreso delle indagini, gli indagati avrebbero tentato di eliminare o alterare alcune prove, chiedendo al gestore del database aziendale di cancellare i dati relativi agli ordini degli anni precedenti e modificando le credenziali di accesso al sistema informatico.

Tra le ipotesi prese in considerazione ci sarebbe stata anche quella di nascondere il computer aziendale e modificare i registri contabili per ridurre gli importi dichiarati e mascherare pagamenti in contanti.

L’operazione e il contrasto al caporalato

La società coinvolta, attualmente in fase di liquidazione, è stata diffidata a regolarizzare i lavoratori e ad adottare modelli organizzativi conformi alla normativa.

L’indagine si inserisce nella più ampia attività nazionale di contrasto al caporalato digitale avviata dal Comando carabinieri per la tutela del lavoro.

Secondo gli investigatori, il fenomeno presenta modalità differenti tra Nord e Sud Italia: nel Settentrione lo sfruttamento sarebbe spesso gestito tramite algoritmi e piattaforme tecnologicamente avanzate, mentre in contesti locali come quello messinese il controllo dei lavoratori avverrebbe anche con strumenti più rudimentali, come le chat di messaggistica.

Si precisa che il procedimento si trova nella fase delle indagini preliminari e che, in base al principio di presunzione di innocenza, eventuali responsabilità saranno accertate solo con una sentenza definitiva.