Ai microfoni di NewSicilia la 16enne ha scelto di raccontare i retroscena del suo brano, specchio della sofferenza provata durante un periodo particolarmente complesso della sua vita
Un talento, un pianoforte e un’ambizione ben precisa: è questo il presupposto su cui Sofia Spampinato, giovanissima cantautrice catanese ha iniziato, fin da piccola, a muovere i primi passi nello stesso panorama musicale in cui un giorno spera di potersi affermare, come chi ha qualcosa di autentico da dire e riesce a cogliere l’opportunità di farlo.
A segnare il suo debutto è il suo primo singolo, dal titolo “Sangue dello stesso sangue“. Uscito lo scorso 6 marzo, rappresenta il “coronamento” delle sue numerose partecipazioni a concorsi ed eventi nel territorio siciliano, ma anche in altri luoghi d’Italia che più volte hanno fatto da cornice alle sue esibizioni.

E proprio ai microfoni di NewSicilia Sofia, 16 anni, ha scelto di raccontare i retroscena del suo brano, specchio della sofferenza provata durante un periodo particolarmente complesso della sua vita. Per comprendere a fondo il suo percorso, la giovane ha fatto riferimento al contesto di vita che ha favorito la nascita del pezzo, ma – prima ancora – al suo legame con la musica e alle tappe principali del suo percorso di formazione.
Un viaggio iniziato sin dall’infanzia, con l’obiettivo di trasformare la sua inclinazione musicale, da sempre orientata verso il pop moderno, nel mestiere che da sempre sembra esserle stato cucito addosso e per cui da anni studia con costanza e impegno.
“Ho sempre avuto la passione per l’arte in generale. Prima paradossalmente è nata quella per la pittura e per il disegno. Poi mi sono resa conto di essere portata proprio per l’ambito artistico. Così ho iniziato a cantare: da piccola cantavo sempre, così a 7 anni i miei genitori mi hanno portato dall’insegnante di canto. In ogni caso fino a un po’ di tempo fa non pensavo che avrei intrapreso questo percorso in modo così serio: fino a due annetti fa io ero convinta di fare la veterinaria”.
“Fare della propria passione il proprio lavoro è per me il modo migliore di vivere la vita. Molte persone spesso sono stanche di lavorare. E io non voglio essere così. Credo che sia il modo migliore per passare più tempo possibile con quello che mi piace fare”.
“I miei genitori sono stati sempre molto disponibili, soprattutto man mano che studiando ho iniziato a esprimere il mio potenziale. Mi hanno sempre appoggiato, sia emotivamente che economicamente”.
“Sì, quando sono entrata alle scuole medie ho iniziato a studiare pianoforte. Poi però una volta uscita non ho realmente continuato come invece faccio per il canto, anche se un paio di volte al mese studio qualcosa di nuovo con mio padre, che è uscito dal conservatorio col titolo di pianista. In ogni caso il pianoforte lo suono quasi ogni giorno, ma proprio per diletto: per cantare qualche canzone, semplicemente perché ho voglia di suonare. Ma ammetto che non è sempre stato così, soprattutto quando ho iniziato: alle medie piangevo perché non volevo suonare. Mi ero iscritta al corso pensando che sarebbe stato bellissimo. Poi lo è stato, ma non me ne sono accorta subito. All’inizio non mi piaceva, avevo idealizzato lo strumento. Ora però sono contentissima di non aver mollato. Mi sento “piena” perché il pianoforte lo senti di più: un conto è cantare con la base e un conto è farlo con lo strumento. Sento una diversa autonomia perché tutto dipende da te, puoi fare quello che vuoi, puoi improvvisare”.
“Un domani mi piacerebbe imparare a suonare la chitarra elettrica e la batteria. Anche se non riuscirò magari a farlo adesso, vorrei diventare polistrumentista, probabilmente quando finirò la scuola”.
“Ho lezione una volta a settimana con la mia vocal coach, ma chiaramente il resto dei giorni preparo i nuovi brani. È importante in questo ambito la costanza anche per una questione di memoria muscolare, a partire dal diaframma, dalla postura e dalla posizione della bocca”.
“Devo ammettere che sono più orientata per la musica internazionale, a partire da Adele, Amy Winehouse, Lewis Capaldi e Teddy Swims. In Italia sono di meno i modelli a cui mi ispiro, ma sicuramente mi avvicino a Giorgia ed Elisa. Poi c’è anche Jovanotti, anche se come genere mi sento più distante dal suo”.
“Penso che sia più l’aspetto emotivo. Sono sempre stata legata emotivamente anche alle arti figurative, però quando ho iniziato a fare dei corsi di pittura per coltivare questa passione ho iniziato a vederla più dal punto di vista teorico, quindi in modo forzato. Con il canto invece non è stato così, anzi ho cominciato a esprimermi meglio. La soddisfazione che provo dopo aver fatto un quadro o dopo un’esibizione è diversa: con la musica mi sento emotivamente più rappresentata“.
“Il fatto che io tenda a cantare sempre e comunque. Anche quando io penso di non potercela fare, che io voglia o no, sento comunque un’attrazione, come una calamita: io canto lo stesso“.
“È stato difficile: essendo molto personale e profondo, quando l’ho ascoltato, inizialmente avrei quasi voluto tenerlo per me, semplicemente come mio riconoscimento personale. Esporsi come prima volta su temi così intimi non è stato facile. Poi però ho deciso di farlo perché sono convinta che quando si ha un dono, ma non lo si mette al servizio degli altri, è sprecato. Io credo nel potere della musica e quindi penso che questa canzone possa anche solo aver sollevato qualcuno da situazioni difficili”.
“Parla di un periodo durato tanto. Ho iniziato a scrivere dall’inizio alla fine di questo arco di tempo. Solo al termine di questa fase mi sono resa conto dell’evoluzione di cui avevo in qualche modo tenuto traccia, anche se inizialmente non con l’intento di trasformarla in canzone”.
“È stato difficile trattare temi così pesanti. Non pensavo che li avrei affrontati, ma nella vita reale ho dovuto farlo quindi ho avuto modo di poterne anche scrivere. Io nel momento ‘brutto’ non mi stavo nemmeno rendendo conto di cosa stesse accadendo. Avevo una maschera: mi convincevo che tutto andasse bene e che fosse tutto normale. Solo quando è finito tutto mi sono data il permesso di soffrire. Mi sono sentita un po’ in colpa perché non mi spiegavo come potessi stare male dopo che effettivamente il peggio fosse passato. Penso però che sia stato perché ormai mi sentivo più sicura, non avevo più l’obbligo di essere forte. Prima invece non potevo permettermi di perdere la lucidità”.
“Assolutamente sì. È questa la morale che volevo dare. Nonostante la canzone sia decisamente triste, è con le parole dell’ultima strofa che volevo lasciare un po’ di speranza in chi la ascolta. Quando l’ho pubblicata è stata una liberazione perché mi sono espressa a tutti gli effetti. La dedico a chi si è sentito costretto, come me, a essere forte quando avrebbe voluto solo lasciarsi andare“.
“Vorrei andare al conservatorio, poi mi piacerebbe affermarmi però non vorrei essere vista solo come cantante, ma anche come persona. Vorrei offrire anche la versione umana di me, non vorrei essere ridotta solo all’etichetta di cantante. Prima di tutto vorrei solo essere “Sofia” e non necessariamente essere “Sofia cantante”. Vorrei usare quella che potrebbe essere un domani la mia notorietà per trasmettere messaggi che mi rappresentano o che possano aiutare gli altri: vorrei arrivare alle persone”.
“Sì, sto preparando qualcosa. Posso anticipare che, tendendo io più all’internazionale, quest’estate uscirà qualcosa in inglese“.