CATANIA – Abbiamo perso il senso dello scontro. Non del conflitto, ma di quella capacità di togliere i paraocchi e aprirsi a un’opinione diversa. Lo scontro che converge costruisce, quello che diverge apre voragini. La vicenda Delia ne è l’archetipo, e i cittadini lo sanno bene.
La cantante siciliana ha calcato il palco del Concertone del Primo Maggio a Roma portando uno dei brani simbolo della storia della Liberazione Italiana: Bella ciao. La scelta di sostituire “partigiano” con “essere umano” non ha lasciato indifferente nessuno. Nemmeno la ferocia dei commenti.
Oggi basta poco per essere additati come fascisti, filo-governativi, perfino sostenitori della censura. Oggi la diversità alimenta quel baratro che inghiotte ogni briciola di coraggio. Poco importa dei chiarimenti: la voragine è ormai aperta. Modificare un pezzo di storia italiana, intervenire su una parola così identitaria, è una scelta che non può essere accettata da tutti; anche con le migliori intenzioni, usare un termine meno “divisivo” può spiazzare chi ascolta, o chi magari quella realtà da partigiano l’ha vissuta in prima persona.
È qui che il dialogo si dovrebbe giocare davvero: comprendere come ciascuno percepisce un cambiamento, interpreta un messaggio, reagisce a una presa di posizione. Nelle intenzioni dell’artista si tratta di questo: un appello universale contro un teatro che non si esime dal suo violento copione. Una realtà che torna sempre uguale, fatta di invasori e invasi, di civili innocenti che pagano il prezzo più alto. Delia, in un post su Instagram, ha voluto evidenziare cosa succde fuori dai palchi: i conflitti in corso e le vite spezzate.
Civili che non hanno scelto di combattere, “che da oltre quattro anni vengono uccisi in Ucrania“, scrive. Bambini e adulti immersi nel tragico teatro che da settimane va in scena in Iran, dove “vengono calpestati diritti fondamentali e migliaia di persone hanno già perso la vita“. Innocenti costretti a patire le pene dell’inferno a Gaza, dove – nelle parole di Delia – “sta avvenendo un vero e proprio genocidio“.
Essere umano. È questa la scelta della cantante catanese, per sottolineare una posizione netta: ripudiare chi si arroga il diritto di togliere la vita ad altri esseri umani. Le sue parole non sono bastate a disinnescare lo scontro. Al contrario, hanno alimentato un muro contro muro che difficilmente produce confronto, e che più spesso sfocia in una collisione sterile.
Il punto è proprio questo: sui social, in classe, nei dibattiti pubblici (e a volte alla Camera dei Deputati) si ascolta sempre meno e si reagisce a sproposito. Che sia un chiarimento, una sfumatura, un ripensamento o un gesto di coraggio messo in primo piano. A questo si aggiunge la tendenza a etichettare chi non la pensa come noi, soprattutto sui temi politici. Sostieni i civili di Gaza, allora sei comunista; esprimi vicinanza agli israeliani innocenti – perché i civili non appartengono a una sola parte – dunque sei trumpiano, o peggio fascista. Come se il dolore avesse per forza una bandiera.
La domanda resta sospesa: dov’è finita la medias res? Lo scontro del confronto? I cittadini a Catania ne sono più che consapevoli. Ai nostri microfoni, in diversi hanno espresso il loro timore di fronte a una società perennemente col dito puntato. La paura si estende anche alla propria esposizione online: d’altronde finire nel vortice mediatico non è così difficile. La speranza però è sempre l’ultima a chiudere gli occhi. Questa consapevolezza diffusa spinge, soprattutto i giovani, a prendere il timone della turbolenta nave che punta a trovare riparo, in un confronto capace di andare oltre il solo rumore.




