Gli indagati avrebbero compiuto 266 episodi di peculato tra novembre 2025 e gennaio 2026
Appropriazione indebita del denaro che gli utenti hanno versato come pedaggio autostradale: questa l’accusa che pende nei confronti cinque impiegati del CAS – in servizio ai caselli autostradale di Buonfornello e Cefalù – che, in totale, avrebbero compiuto 266 episodi di peculato tra novembre 2025 e gennaio 2026.
Il Gip li ha sospesi temporaneamente dall’esercizio del pubblico servizio. Guai anche per un dipendente di una società privata – che si occupa di manutenzione della rete informatica degli impianti del pedaggio – anch’egli ritenuto colpevole di peculato.
Nello specifico, i cinque agenti tecnici esattori sono accusati – rispettivamente – di 13, 18 24, 103 e 108 episodi di peculato. Si sarebbero appropriati di somme di denaro oscillanti da un minimo di sette fino a quindici euro o anche più.
Il procedimento ha avuto il suo avvio a seguito di un esposto presentato dal CAS, che ha denunciato gravi anomalie negli incassi presenti sull’A20 – carreggiata Messina-Palermo – in particolare nei caselli di Buonfornello, Cefalù e Castelbuono. Sono emerse – stando a quanto si apprende – sproporzioni tra il numero dei transiti registrati e gli importi effettivamente incassati.
Le indagini – in mano alla Polizia Stradale di Palermo, Sottosezione Polizia Stradale di Buonfornello- hanno permesso di documentare come i dipendenti, approfittando della loro qualifica di agenti tecnici esattori del CAS, si siano impossessati delle somme di denaro.
In particolare, all’interno dei loro gabbiotti erano soliti a ritirare il biglietto del pedaggio autostradale e il denaro, inserendo nel ricevitore di pista un diverso ticket. I tecnici, per sbarazzarsi del reale biglietto, lo smagnetizzavano passando una spillatrice in metallo e lo buttavano nel cestino.
In alcuni casi si è accertato come qualcuno degli indagati abbia anche disattivato la pista – corsia sulla quale avvenivano i pagamenti con cassa automatica, chiudendo la sbarra e mettendo in funzione il semaforo rosso, in modo da incrementare il flusso veicolare verso la propria postazione e così poter operare tali artifici.
Dalla ricostruzioni dei fatti emerge un consolidato modus operandi la cui perpetuazione in un lungo corso di tempo ha consentito l’appropriazione di una notevole somma di denaro. Nello specifico, da un minimo di 99-100 euro ad un massimo di 592 e 803 euro.
Tutti gli indagati, ritualmente sottoposti ad interrogatorio preventivo, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere.