Tra ansia, social network e pressione costante, i giovani di oggi rompono l’ennesimo schema imposto dalla società odierna.
I ragazzi della “Gen-Z” – i nati tra la fine degli anni ’90 e il 2010 – crescono in un mondo dove tutto corre: lavoro precario, crisi climatiche, guerre trasmesse in tempo reale e una connessione continua che inconsciamente consuma ogni individuo giorno dopo giorno. La generazione Z è stata definita e sminuita con molteplici aggettivi: ipersensibile, instabile, fragile, ma soprattutto esagerata e debole, poiché i giovani sono considerati incapaci di reagire alle situazioni circostanti. Il punto, però, non è quanto siano deboli, bensì, per la prima volta, qualcuno ha smesso di fingere di stare bene. Per decenni la società ha promosso il silenzio emotivo. Con affermazione che alimentano e assecondano questo comportamento, per questo intere generazioni sono cresciute trasformando il disagio in normalità, facendolo apparire qualcosa di trascurabile. Oggi, invece, i giovani parlano di ansia sociale, burnout, disturbi e salute mentale senza vergogna. E tale sensibilizzazione spaventa più della fragilità stessa.
Secondo l’OMS, circa il 14% degli adolescenti nel mondo soffre di disturbi mentali diagnosticabili. Un dato che non racconta solo un problema sanitario, ma anche un cambiamento sociale e generazionale: il dolore non viene più nascosto, ma metabolizzato ed espresso sotto forme diverse. La Gen-Z non è necessariamente più fragile delle generazioni precedenti; è semplicemente meno disposta a recitare la parte degli “invincibili”.
Il ruolo cruciale in questo contesto è ricoperto dai social network che amplificano il tutto. Da una parte offrono libertà di espressione, comunità e connessione costante; dall’altra impongono paragoni continui, standard irraggiungibili e la sensazione di dover essere sempre performanti. La vita è diventata una vetrina permanente. E vivere con la sensazione che qualcuno in ogni momento ti possa osservare, o peggio giudicare, logora.
Sulla base di ciò, liquidare questa generazione come “debole” è estremamente superficiale. I giovani, sono esposti a problematiche prettamente contemporanee, che generazioni passate non hanno pienamente attraversato: accelerata crescita digitale, una pandemia globale durante anni cruciali dello sviluppo, paura e incertezza del futuro, relazioni più instabili e digitalizzate. Secondo Eurostat, oltre il 30% dei giovani europei dichiara di sentirsi frequentemente stressato o emotivamente sopraffatto. Non è fragilità individuale: è il sintomo di una pressione collettiva. La verità dietro il “crollo generazionale” è scomoda: il problema non è la generazione Z, bensì il riflesso di una società che ha insegnato a nascondere le emozioni anziché comprenderle e compatirle. E se oggi i giovani sembrano più fragili, è solo perché hanno deciso di essere onesti e liberi in un mondo che per anni ha premiato chi riusciva a soffrire in silenzio.
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