“Quando guardo nel futuro, è talmente splendente che mi brucia gli occhi.” Diceva Oprah Winfrey, che evidentemente non ha mai vissuto l’adolescenza all’inizio del ventunesimo secolo.
Crescendo infatti si abbandona la situazione agiata nella quale si ha la sensazione che tutto accada secondo uno schema minuzioso e infallibile, persuasi dall’idea secondo la quale ciò che verrà sarà il migliore dei scenari possibili. La passività che prima cullava diventa ora violenta, atta a sballottolare l’individuo da una parte all’altra e privandolo di ogni flusso di coscienza.
Ci si sveglia la mattina incerti e ci si addormenta la sera ancora di più, con l’insistente domanda “Cosa sarò domani?” che si annida sempre di più nelle nostre menti, perché non viene più da chiedersi “chi” ma “cosa” siamo destinati a essere o fare, ormai privati della concezione di noi stessi.
Si prova a fare la cosa giusta, guidati dal percorso ritenuto corretto, ma non viene indagato cosa sia la “cosa giusta” né tantomeno come la si dovrebbe raggiungere, evitare di uccidere il prossimo e andare a messa ogni domenica mattina? Viene spesso nominata la “paura dell’essere”, essere superbi o troppo egoisti o avidi, ma non viene mai discussa la “paura del non essere”, non trovarsi in nessun punto di una linea retta ma nello spazio circostante, privi di ogni direzione e privi di qualsiasi luogo di riferimento. La paura di rimanere fermi, immutabili, mentre il resto del mondo sembra andare avanti.
Essere passivi in un clima di soggiogazione, vittime di chiunque e vicini di nessuno. Se io mi fermassi il mondo andrebbe avanti? Sì, sicuramente, e nonostante lo si possa accettare, in quanto verità assoluta, il timore di non essere in grado di adattarsi, piuttosto che il timore di non volerlo, è capace di trovare dimora fissa nelle preoccupazioni di chiunque.
Trasformare la concezione di vedere la propria impotenza di fronte al mutare degli eventi, passando da una visione pessimistica a una più realistica, risulta essere l’unica opzione plausibile per non subire l’andamento della vita come uno strazio, un qualcosa di cui si aspetta impazientemente la fine. Essere in grado di godersi la corrente, lasciarsi trasportare dalle onde come fanno le meduse, e godere della propria situazione di passività, consapevoli che saremmo artefici del nostro destino ma anche della nostra quiete, è forse il modo più dignitoso di vivere ciò che il futuro ha da offrire, con dubbi e timori annessi.
Denaro Corrado 4a Liceo Statale “Nicola Spedalieri” – Catania