ITALIA – La cronaca contemporanea è chiara: il disagio interiore di molti ragazzi è diventato una voce che non può più essere ignorata. I gesti estremi a cui sono portati i giovani ne sono una prova.
Con il supporto della psicologa e psicoterapeuta Valentina La Rosa abbiamo cercato di analizzare nel modo più agevole possibile il fenomeno, così da sviscerare e comprendere nel profondo cause ed effetti di dinamiche scorrette che rendono vittima chi appare carnefice.
I giovani e i gesti estremi
Tante domande e poche risposte, da parte di una società confusa e disorientata da eventi così drammatici, ma dunque: quali sono le dinamiche psicologiche che portano i giovani a compiere gesti estremi?
“I gesti estremi dei giovani raramente emergono dal nulla. Sono spesso il risultato di un accumulo, una stratificazione di esperienze dolorose che nel tempo non hanno trovato né nome né ascolto. Dal punto di vista psicologico, quello che osserviamo è spesso una combinazione di fattori: un senso profondo di inadeguatezza, la percezione di essere invisibili o incompresi, e la convinzione, distorta ma reale per chi la vive, che la propria sofferenza non possa cambiare”.
Le dinamiche odierne, sociali ed educative ma anche familiari, comportano nei giovani dolore e senso di inadeguatezza. Il mondo a volte sa essere cieco e sordo perché, se un ragazzo compie un gesto estremo per urlare ciò che ha dentro il problema è suo, non di chi non l’ha saputo ascoltare. Grida in silenzio, con atti concreti perché, quando ha parlato, pianto o spiegato, detto tutto ad alta voce, “stava parlando solo un ragazzino”.
Questo è il problema degli adulti, sminuire i problemi degli adolescenti che, per quanto innocui agli occhi dei “grandi”, a chi la vita la sta conoscendo adesso, tutto fa paura.
“I giovani si trovano in una fase della vita in cui l’identità è ancora in costruzione, fragile, esposta. Quando in questo momento delicato mancano figure adulte di riferimento stabili o quando i segnali di disagio vengono ignorati o minimizzati, il rischio aumenta significativamente”.
Si tende sempre più a riempire di aspettative i giovani perché, “devi diventare qualcuno…”. Diventare qualcuno? Rispetto a quale standard?
Appena veniamo al mondo abbiamo già un compito da svolgere, ognuno di noi è di fondamentale importanza prima di tutto in relazione all’altro e poi in relazione alla vita. Rifacendosi ad un idea aristotelica si potrebbe dire che c’è qualcosa in potenza dentro tutti, che in atto sarà meraviglia.
Quindi, che ruolo hanno i preconcetti e le aspettative sociali su vite ancora giovani ed inesperimentate?
“Le aspettative sono una delle pressioni più invisibili e pesanti che i giovani devono affrontare. Viviamo in una cultura che richiede prestazioni, successo visibile e linearità: bisogna ottenere buoni voti a scuola, essere socievoli e avere un futuro chiaro e definito. Quando un adolescente non si riconosce in questo schema o sente di non riuscire a starci dentro, può sviluppare quella che la psicologia chiama “discrepanza tra sé reale e sé ideale”, ovvero la distanza dolorosa tra chi si è e chi si sente di dover essere“.
L’idea di sviluppare ciò che è già insito in noi non vuol dire, come per la società lucrativa in cui viviamo, trovare il modo migliore nelle nostre possibilità per fare soldi bensì trovare il modo migliore nelle nostre possibilità per sentirci vivi. Queste idee, le pressioni sociali che soffocano chiunque se le ritrovi sul petto, le abbiamo costruite noi stessi. In oriente per esempio, nessuno aspira a vani e terreni obbiettivi, si vive semplicemente perché è ciò che siamo chiamati a fare: respirare la libertà.
La scuola partecipa a gran parte della vita di un individuo, diventando il luogo in cui i giovani trascorrono più tempo. Il mondo dell’istruzione però molte volte non riesce ad essere realmente inclusivo e comprensivo principalmente per la complessità individuale di ognuno, amplificato in età adolescenziale da tutti i problemi tipici di quell’età.
Qual è l’impatto dell’istituzione scolastica, in positivo e in negativo, su menti brillanti o problematiche?
“La scuola può essere un luogo straordinariamente protettivo o, al contrario, un amplificatore del disagio. Tutto dipende dalla qualità delle relazioni che riesce a instaurare. Un insegnante che vede davvero il proprio studente, che riconosce non solo il suo rendimento scolastico, ma anche la sua persona, può fare una differenza enorme. Per gli studenti con difficoltà, quando la scuola inizia a ragiona solo in termini di medie, voti e classifiche essa stessa può trasformarsi in una fonte quotidiana di umiliazione e conferma del fallimento. Per i ragazzi molto brillanti, invece, il rischio è diverso, ma altrettanto reale: la noia, la sensazione di non essere capiti e l’isolamento nel gruppo dei coetanei. In entrambi i casi, se la scuola non intercetta il disagio in tempo, può diventare involontariamente parte del problema, non per scarsa volontà ma per mancanza di strumenti, tempo e formazione adeguati”, spiega la dottoressa La Rosa.
La verità è che a volte si rischia di rendere anche un luogo di scambio intellettuale per menti ancora vivaci, libere e giovani una prigione stacanovista. L’istituzione scolastica, smette di fallire nel momento in cui fra i banchi, si manifesta nella sua forma più pura la libertà intellettuale. La scuola smette di fallire quando la cultura che lei stessa ha fornito come strumento non fa paura se usata, quando non si reprime un’ideale diverso, una voce fuori dal core, un’identità eclettica, una mente controcorrente.
La domanda però più concreta che è probabilmente sorta a tutti ascoltando i casi di cronaca attuale è: come si potrebbe aiutare concretamente un giovane che vive un senso di inadeguatezza prima che degeneri?
“Il primo passo è creare uno spazio in cui il ragazzo si senta davvero ascoltato, senza giudizio e senza la fretta di trovare soluzioni immediate. Spesso i giovani in difficoltà cercano qualcuno che stia con loro nel problema, senza sminuirlo o catastrofizzarlo, prima ancora di cercare risposte.
Dal punto di vista del supporto mirato, la psicologia offre molti strumenti. Percorsi di psicoterapia, anche brevi e focalizzati, aiutano i ragazzi a riconoscere i propri schemi di pensiero, a dare un nome alle proprie emozioni. Tuttavia, il supporto non deve necessariamente essere di tipo clinico: anche gli interventi psicoeducativi nelle scuole, i gruppi di parola e gli sportelli di ascolto gestiti da psicologi nelle scuole possono essere molto utili, a condizione che siano accessibili, privi di stigma e inseriti in una cultura scolastica che normalizzi il parlare di sé.
Il cambiamento più urgente, però, è culturale. È necessario smettere di considerare la fragilità come un problema da nascondere e cominciare a riconoscerla come parte integrante dell’essere umani, soprattutto durante l’adolescenza, un periodo della vita intenso e trasformativo”, conclude la dottoressa La Rosa.
Queste, e altre, le dinamiche che conducono i giovani verso gesti estremi. Dietro vi è un enorme castello di carta a far apparire carnefice la vittima, facendola così soffocare sotto il peso del giudizio e lasciandola sola nel dolore.



