SICILIA – Oggi, 25 novembre, si celebra la giornata internazionale contro la violenza sulle donne.
Sono 99 le donne uccise in Italia tra il 1° gennaio e il 18 novembre 2024, confermando un fenomeno drammatico e strutturale: una vittima ogni tre giorni.
Nonostante un calo rispetto al 2023, l’incidenza percentuale delle vittime di femminicidio è aumentata.
In Sicilia i femminicidi sono un doloroso specchio di una realtà nazionale.
Tra le vittime ricordiamo Roberta Siragusa, giovane di Caccamo brutalmente uccisa nel 2021, simbolo di un amore malato che si è trasformato in tragedia.
La sua storia continua a scuotere le coscienze, spingendo a un rinnovato impegno contro la violenza di genere.
Non meno drammatico il caso di Vanessa Zappalà, assassinata dall’ex compagno ad Aci Trezza nel 2021, nonostante le denunce presentate in passato.
La sua vicenda mette in luce l’urgenza di potenziare le misure di protezione per le donne che subiscono minacce e violenze.
Questi nomi, purtroppo, si sommano a una lunga lista di donne vittime di una violenza che trova troppo spesso terreno fertile in contesti familiari.
Secondo il XI Rapporto EURES sul femminicidio, l’88,9% delle vittime di femminicidio nel 2024 è stato ucciso in ambito familiare, con una centralità del rapporto di coppia.
Sono state 58 le donne uccise dal coniuge o partner (anche ex), mentre crescono i casi di figlie uccise, da 5 a 9.
A livello territoriale, il Sud Italia, compresa la Sicilia, ha registrato una riduzione dei femminicidi (-25%), ma il dato resta inquietante.
I piccoli comuni, spesso privi di adeguati strumenti di prevenzione, vedono un incremento significativo dei casi: da 11 a 17 in Italia, con un aumento del 54,5%.
Le vittime straniere sono in aumento (+41,2%), rappresentando un quarto del totale.
Al contrario, gli autori stranieri diminuiscono, mentre la quasi totalità dei femminicidi è commessa da uomini (95,9%).
In Sicilia, associazioni e centri antiviolenza continuano a lottare contro questo fenomeno.
La rete D.i.Re (Donne in Rete contro la violenza) è attiva nel fornire supporto psicologico, legale e pratico alle vittime.
Ai nostri microfoni, in esclusiva, è intervenuta la dottoressa Roberta Patanè.
“Esistono molti segnali precoci che possono permetterci di riconoscere che ci ritroviamo all’interno di una relazione violenta. Tra questi troviamo:
Tutto ciò che ho elencato è sinonimo di abuso e di violenza. Fa parte della violenza psicologica che agisce in maniera subdola e sottile tanto che si stenta a riconoscerla ma è importante attenzionare ogni singolo segnale per riuscire a riconoscere la violenza e a interrompere una relazione disfunzionale“.
“Se la violenza fisica riguarda ogni forma di intimidazione o azione in cui viene esercita violenza fisica su un’altra persona, la violenza psicologica è una forma di abuso e mancanza di rispetto che mira a distruggere l’identità e l’autostima della donna.
La prima avviene solitamente attraverso un contatto diretto con la vittima e lascia tracce fisiche sul corpo della donna; la seconda, al contrario, riguarda tutta una serie di atteggiamenti subdoli che si insinuano gradualmente nella relazione e che finiscono con l’essere accolti dalla donna al punto che spesso essa non riesce a vedere quanto siano dannosi e distruttivi per la sua identità. Purtroppo il più delle volte, la violenza fisica interviene solo se la donna resiste alla violenza psicologica“.
“Innanzitutto per uscire da una situazione violenta, la vittima deve essere in grado di riconoscere la violenza e, dunque, deve riuscire a identificare tutti i segnali precoci legati solitamente alla violenza psicologica e/o verbale, così da provare ad uscire dalla relazione disfunzionale.
Tuttavia, molto spesso è difficile che la vittima riesca a rendersi conto perché potrebbe trovarsi in un rapporto di dipendenza affettiva con il suo partner che si esprime in atteggiamenti di sottomissione e accondiscendenza nonostante il forte senso di frustrazione e di costrizione che la porta a covare rabbia verso sé stessa.
Se ci si rende conto di trovarci in una relazione disfunzionale bisogna rivolgersi ad un centro anti-violenza o ad un professionista della salute mentale specializzato che permetta non solo la presa di coscienza delle dinamiche in cui è incastrata ma anche il rafforzamento della propria autostima che possa permettergli di ritrovare la forza di prendere in mano la propria vita e chiudere la relazione disfunzionale“.
“Contrastare la violenza di genere ad oggi è una vera e propria ‘questione sociale‘ che riguarda tutte le famiglie e le generazioni ed è un fenomeno particolarmente difficile da contrastare perché si annida nella società e si manifesta silenziosamente nella vita quotidiana.
Le famiglie e la scuola hanno il compito di educare alle emozioni, così come la società, i mass media hanno l’obbligo morale di occuparsi di mantenere una semantica adeguata per questi delitti. Non si parli più di ‘amore violento’ o di ‘delitti passionali’.
Non devono e non possono essere giustificati i crimini violenti con ‘emozioni incontrollabili‘ o con i classici ‘raptus‘ perché si tratta di un fenomeno che si radica all’interno di una cultura che troppo spesso ha contribuito a creare un dislivello tra uomo e donna e una disuguaglianza di genere che incide fortemente su questi delitti.
Quando si forma un legame di coppia, dovrebbe esistere una norma che impedisca ogni tipo di violenza ma un patto di questo genere può nascere solo ed esclusivamente all’interno di una ‘generale cultura di non-violenza‘“.
“Le sfide psicologiche che una vittima di violenza deve affrontare sono molteplici ma non impossibili da superare. Molto spesso è difficile che queste donne decidano di lasciare il partner violento per paura perché temono per la propria incolumità o per quella dei suoi figli. Inoltre, può accedere che avverta una totale mancanza di sostegno esterno, non solo dalle famiglie di origine ma anche dalle istituzioni. Sono svariati i casi in cui vengono denunciati i partner eppure non viene garantita la protezione di queste donne.
Non è difficile che tenda ad autobiasimarsi o a colpevolizzarsi perché ritiene di essere lei stessa la causa della violenza subita. Può esserci anche un disperato tentativo di salvare un matrimonio o di tutelare la famiglia per cui continua a stare dentro la relazione violenta nella speranza di riuscire a cambiare il partner. Infine, è possibile che non riesca a lasciare il partner per motivi economici perché la mancanza di un reddito sicuro potrebbe impedirgli di mantenersi autonomamente.
Sarebbe davvero utile attivare un intervento terapeutico con queste donne che abbia lo scopo di: