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07.07.2026

Creatività démodé: “Toy Story” e la denuncia irriverente di un’infanzia tutta digitale

di Giorgia Giuffrida | 7 min di lettura

Insieme alla psicologa e psicoterapeuta Valentina La Rosa abbiamo analizzato le possibili problematiche causate dall'esposizione precoce ai dispositivi elettronici

Creatività démodé: “Toy Story” e la denuncia irriverente di un’infanzia tutta digitale
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L’uscita nelle sale del nuovo “Toy Story” ha smosso la coscienza di molti, colpiti, fra immagini divertenti e colorate, dal messaggio del cartone animato. Il tema della dipendenza dai dispositivi elettronici ed il disagio che questi comportano emergono da una trama cristallina e quotidiana: una bambina che si affaccia al mondo della pre-adolescenza, pronta a crescere e sentirsi parte di un gruppo di veri amici.

Con l’essenziale collaborazione della psicologa e psicoterapeuta Valentina La Rosa abbiamo voluto analizzare motivazioni fondanti secondo le quali, oramai, l’eccessivo e precoce utilizzo degli schermi dalla più tenera età stia diventando una minaccia con conseguenze immediate e a lungo termine.

Esposizione precoce ai dispositivi elettronici, conseguenze e possibili problematiche relazionali

Sappiamo quanto sia scorretto concedere troppo presto ai più giovani un utilizzo dei dispositivi eccessivo e non supervisionato dagli adulti: alcuni effetticollaterali” sono sotto gli occhi di tutti, ma da un punto di vista scientifico ci siamo chiesti:

Cosa scatta nel cervello di un bambino in seguito a una precoce esposizione agli schermi e quali sono i danni che questa può provocare?

Nei primi anni di vita il cervello si sviluppa soprattutto attraverso l’esperienza diretta e le relazioni. Il bambino piange e il genitore risponde, tende la mano verso un oggetto e qualcuno lo aiuta a raggiungerlo, sorride e riceve un sorriso in risposta. È questo continuo scambio, che in psicologia viene definito contingenza, a permettere al bambino di comprendere che le sue azioni hanno un effetto sul mondo e sulle persone. Lo schermo, invece, non è in grado di offrire questo tipo di interazione. Anche quando propone contenuti pensati per l’infanzia, resta una comunicazione a senso unico

Il problema dunque giunge da un’assente interazione con altri individui che, guidando il piccolo durante la sua crescita, gli consentono di comprendere la realtà. Un dispositivo non può provare emozioni, il suo schermo non può sorridere al bambino. Questo ci rende umani e questo insegna ai più piccoli come controllare le emozioni, che ricadono sugli altri e su una realtà tangibile.

“A ciò si aggiunge un altro aspetto importante: il ritmo degli stimoli. Cartoni animati e applicazioni per bambini presentano cambi di scena molto più rapidi rispetto alla realtà quotidiana. Un’esposizione eccessiva a questo tipo di stimolazione può rendere più difficile mantenere l’attenzione su attività più lente e impegnative. Esistono inoltre effetti fisici ben documentati, come la difficoltà nell’addormentarsi, poiché la luce emessa dagli schermi interferisce con la produzione della melatonina, l’ormone che regola il sonno”

Catturare l’attenzione di una personcina che vede il mondo per la prima volta, è molto facile: colori, movimenti, luci. Questo però può distaccarli da una realtà molto più dolce e lenta. A questo punto la domanda sorge spontanea:

Come risentono i più piccoli, dal punto di vista relazionale, del distacco dalla realtà causato dai dispositivi?

“Uno degli aspetti più importanti dello sviluppo è la cosiddetta attenzione condivisa, cioè la capacità del bambino di seguire lo sguardo dell’adulto, indicare qualcosa per attirarne l’attenzione, interpretarne le espressioni del viso e regolare il proprio comportamento di conseguenza. È su queste esperienze quotidiane che si costruiscono competenze fondamentali come l’empatia, la comprensione delle emozioni altrui, la capacità di aspettare il proprio turno e di gestire la frustrazione. Quando lo schermo occupa una parte consistente del tempo trascorso insieme queste occasioni di scambio si riducono

Nonostante ciò la dottoressa ci tiene a precisare: “Questo non significa che ogni utilizzo dei dispositivi sia dannoso, ma un’esposizione prolungata può limitare l’esercizio di abilità relazionali essenziali. Di conseguenza, alcuni bambini possono incontrare maggiori difficoltà nell’inserimento all’asilo o a scuola, dove proprio queste competenze rappresentano la base della vita di gruppo. È dunque importante il modo in cui lo schermo viene utilizzato. Guardare un contenuto insieme a un adulto, che commenta ciò che accade e interagisce con il bambino, è molto diverso dal lasciarlo da solo davanti a un dispositivo.

Questo è uno dei nodi fondamentali di “Toy Story”. La protagonista, Bonnie, è una bambina per indole timida e riservata e la presenza di un tablet interposto nel suo relazionarsi con altre bambine della sua età le rende ulteriormente difficile comunicare con loro. Pur di essere accettata però si allontana dai suoi giocattoli, dalla sua realtà. Nasce qui il guaio: l’amicizia creata è puramente virtuale, destinata a non durare e dolorosa quando distrutta dall’impattante confronto con la realtà.

È questo un esempio lampante di come per usare qualcosa con coscienza e moderazione bisogna aver acquisito una certa maturità, quindi:

Quale sarebbe l’età giusta per permettere ai più giovani di usare i dispositivi con moderazione?

“Le principali raccomandazioni internazionali sono abbastanza concordi. L’Organizzazione Mondiale della Sanità suggerisce di evitare completamente l’esposizione agli schermi nel primo anno di vita e di limitarla il più possibile nei due anni successivi, senza superare un’ora al giorno. Anche in Italia le indicazioni stanno diventando sempre più prudenti. La Società Italiana di Pediatria raccomanda di rimandare il più possibile l’uso dello smartphone personale e di posticipare l’accesso ai social network fino a quando il ragazzo non abbia raggiunto una maggiore maturità. Una proposta educativa molto utile è anche la regola “3-6-9-12”, che accompagna gradualmente l’ingresso nel mondo digitale con tappe coerenti con lo sviluppo del bambino”.

Il dubbio più grande però risiede in questo quesito, a cui, data la mancanza di fatti, non esiste ancora risposta certa:

Pensa che l’esposizione fin dalla nascita a un numero enorme di dispositivi elettronici avrà conseguenze visibili in età adulta sullo sviluppo cognitivo e sulla creatività dei più giovani?

È una domanda molto importante ma alla quale la ricerca non può ancora dare una risposta definitiva. La prima generazione cresciuta con smartphone e tablet fin dai primissimi anni di vita sta entrando nell’età adulta proprio adesso, quindi gli studi longitudinali sono ancora in corso. Le prime evidenze suggeriscono però alcuni aspetti sui quali vale la pena riflettere. Uno riguarda la capacità di mantenere la concentrazione su attività che richiedono impegno. Un altro riguarda la tolleranza alla noia. Siamo abituati a considerarla un’esperienza negativa ma in realtà è proprio nei momenti di apparente inattività che la mente inizia trovare soluzioni creative. Se ogni momento di attesa viene riempito automaticamente da uno schermo, questi spazi di elaborazione mentale rischiano di ridursi.

Forse è proprio questa la chiave di tutto: la noia, l’attenzione rivolta alle piccole cose. La verità è che probabilmente neppure gli adulti sono più “educati” alla contemplazione silenziosa, al provare “noia”. Se per esempio si osserva con calma un paesaggio, si percepisce quella stupenda sensazione grazie alla quale la mente vola libera, concependo tutto e tutto il bello possibile. A questo la maggior parte di noi non è più abituata, la società moderna ci ha portati a correre, a non osservare nulla con calma e senza neppure accorgercene lo stiamo insegnando a chi verrà dopo di noi.

Il linguaggio di “Toy Story” e il suo messaggio generazionale

Toy story è un inno generazionale, rivolto a genitori e ragazzi, a coloro che appartengono alla così detta “generazione digitale“. Quando Bonnie alla fine del lungometraggio riprende in mano i suoi giocattoli urla al mondo chi è. Sta dicendo che nessuno deve abbandonare la sua creatività o la sua indole: perché sono quei giocattoli, per lei, oppure una tela bianca da dipingere, per noi, a rendere visibile a tutti il piccolo cosmo che ognuno custodisce.

Un film come “Toy Story”, con un linguaggio semplice e diretto, può attivare una coscienza critica anche nei bambini più grandi, oltre che nei genitori?

“Assolutamente sì. Toy Story affronta temi complessi come la gelosia, la paura di essere sostituiti, l’amicizia, il cambiamento e la crescita attraverso personaggi nei quali bambini e adulti riescono facilmente a identificarsi. È un esempio di come un prodotto audiovisivo possa diventare uno strumento educativo.

Guardare un film insieme e parlarne è un’occasione per trasformare la visione in un momento di riflessione e crescita. È proprio questo dialogo che favorisce lo sviluppo del pensiero critico. Al contrario, il consumo continuo e passivo di contenuti molto brevi, come quelli proposti da molte piattaforme social, lascia poco spazio alla riflessione.

Un film, anche se proposto da uno schermo, è arte. Uno strumento imprescindibile per lo sviluppo di una coscienza critica, lontano da ciò a cui siamo ormai abituati. Le nostre menti sono annichilite da un bombardamento continuo di informazioni ed immagini per lo più futili e, senza volerlo, rischiamo di educare i più piccoli ad un loop vincolante di cui noi stessi in prima persona siamo vittime passive.

In conclusione, aldilà del fastidio per alcuni fattori prettamente fisici, come i problemi alla vista, lo schermo è un mezzo che, se male utilizzato, può incidere negativamente sulla qualità della vita, distruggendo e mettendo in una scatola la sconfinata bellezza della fantasia, della creatività e dell’approccio critico verso il mondo. Forse “Toy Story“, quella divertente e giocosa pellicola, parla molto di più a chi già i suoi primi passi li ha mossi piuttosto che a chi, invece, ancora non sa orientarsi nel mondo. La denuncia è forte e chiara: la creatività sta diventando démodé.

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