Sei mesi di commissariamento, pieni poteri a Pompeo Leone e una governance finita nel caos.
Il CUS Catania finisce nuovamente commissariato. Con atto n. F-1 del 1° luglio 2026, il Consiglio della Federazione italiana dello Sport Universitario ha deliberato il commissariamento dell’ente per sei mesi, salvo proroga, nominando commissario straordinario l’ingegnere Pompeo Leone, attuale segretario generale di Federcusi.
La delibera è immediatamente esecutiva. Leone assume tutti i poteri di ordinaria e straordinaria amministrazione, oltre alla rappresentanza legale del CUS Catania, fino al rinnovo degli organi statutari. In sostanza, la governance eletta viene superata e la gestione passa nelle mani della Federazione.
Una scelta che non arriva dal nulla. Il commissariamento è l’ultimo atto di una crisi esplosa pubblicamente dopo le dimissioni contestuali dei sette consiglieri eletti, arrivate il 29 maggio 2026, e le successive dimissioni irrevocabili del presidente Massimo Oliveri. Nel mezzo, lettere aperte, ricostruzioni contrapposte, accuse di scarsa collegialità, nodi economici, rapporti delicati con l’Università di Catania e richieste sempre più pressanti di chiarezza da parte dei soci.
Il dato politico è evidente: un consiglio direttivo eletto appena l’anno precedente si è dissolto in pochi mesi. Prima le dimissioni dei sette consiglieri, poi quelle del presidente. Una sequenza che ha prodotto il vuoto amministrativo e ha spinto Federcusi a intervenire con un commissariamento pieno.
Secondo quanto previsto dal provvedimento federale, il commissario straordinario dovrà garantire la continuità dell’ente e accompagnare il CUS Catania verso una nuova Assemblea elettiva, chiamata a designare il prossimo presidente e il nuovo consiglio direttivo.
Ma il punto non è solo procedurale. La vicenda apre una questione molto più profonda: cosa è accaduto davvero dentro il CUS Catania? E perché una governance eletta dai soci è arrivata a una rottura così netta?
Nella sua lettera aperta ai soci, l’ex presidente Massimo Oliveri ha rivendicato di aver amministrato l’ente nel rispetto delle regole, dello Statuto e dei regolamenti Federcusi e CUS. Ha sottolineato di essersi confrontato con i vertici federali e con i consiglieri, ricordando che nei nove consigli direttivi svolti tra il 15 aprile 2025 e il 28 maggio 2026 tutte le delibere sarebbero state approvate all’unanimità.
Oliveri ha anche difeso i risultati ottenuti durante il suo mandato: il Palio d’Ateneo, le medaglie ai Campionati Nazionali Universitari, i risultati delle sezioni agonistiche, l’introduzione di strumenti per la gestione del personale e il confronto con il sindacato. Nella sua ricostruzione, dopo le dimissioni dei consiglieri non sarebbe stato possibile affrontare le molteplici questioni aperte con i soli poteri di ordinaria amministrazione.
Il presidente dimissionario ha citato rinnovi contrattuali, contenziosi promossi da alcuni dipendenti e altre incombenze urgenti. Da qui la decisione di lasciare l’incarico, chiedendo di fatto a Federcusi un intervento rapido per evitare danni al CUS Catania.
La replica dei sette consiglieri dimissionari è però durissima. Nella loro lettera aperta, i consiglieri non accettano l’idea che le dimissioni possano essere lette come un gesto irresponsabile. Al contrario, le presentano come un atto di responsabilità istituzionale, maturato per il venir meno della collegialità, della condivisione programmatica e della fiducia interna al Consiglio direttivo.
Il passaggio più delicato riguarda il nodo dell’unanimità. I consiglieri riconoscono che le delibere formalmente sottoposte al Consiglio furono approvate all’unanimità, ma sostengono che questo non basterebbe a raccontare l’intero quadro. Secondo la loro versione, alcune decisioni di rilevante impatto economico avrebbero richiesto una preventiva valutazione collegiale e il pieno coinvolgimento del Tesoriere.
È qui che la crisi amministrativa diventa crisi di fiducia. Da una parte un presidente che rivendica correttezza formale e delibere unanimi. Dall’altra consiglieri che parlano di criticità non adeguatamente condivise e di decisioni che avrebbero inciso sugli equilibri economici dell’ente.
Nella lettera dei consiglieri dimissionari viene richiamata la relazione del Tesoriere Giuseppe Cirelli sul bilancio consuntivo 2025. Il documento, secondo quanto riportato nella missiva, avrebbe evidenziato una serie di criticità: disavanzo di esercizio, riduzione delle entrate istituzionali, incremento strutturale del costo del personale, aumento dei compensi per istruttori e atleti, spese legali riferite a esercizi precedenti, difficoltà economiche di alcune sezioni agonistiche e assenza di un adeguato sistema di controllo di gestione.
Non dettagli marginali, ma questioni centrali per la tenuta economica di un ente sportivo. I consiglieri sostengono che il Tesoriere avesse proposto interventi correttivi, tra cui il rafforzamento della struttura amministrativa, un sistema autorizzativo più rigoroso sugli impegni di spesa, il monitoraggio costante della situazione economico-finanziaria e linee guida per la stipula dei contratti.
Altro fronte sensibile: il Fondo TFR. Nella lettera si afferma che il TFR complessivamente maturato avrebbe raggiunto un importo particolarmente significativo, mentre la relativa copertura assicurativa sarebbe risultata ancora insufficiente rispetto agli impegni futuri dell’ente. Una questione che riguarda direttamente la tutela dei dipendenti e la sostenibilità futura del CUS Catania.
Tra i passaggi più pesanti della lettera dei consiglieri c’è quello sui rapporti con l’Università degli Studi di Catania. I dimissionari contestano la rappresentazione di un rapporto sempre improntato a piena sintonia e sostengono che il Direttore generale dell’Ateneo sarebbe intervenuto più volte con note formali per richiamare il CUS al rispetto della convenzione vigente.
Secondo la loro ricostruzione, le comunicazioni dell’Ateneo avrebbero riguardato l’utilizzo degli impianti universitari, modalità di gestione ritenute non conformi alle previsioni convenzionali, possibili disparità di trattamento tra soggetti terzi ed eventi extrauniversitari non autorizzati. La lettera riferisce anche di una nota del 12 marzo 2026 conclusa con una formale diffida a non reiterare determinate condotte, con richiamo alla possibile risoluzione della convenzione in caso di ulteriori violazioni.
È un punto cruciale. Il CUS vive anche del rapporto con l’Ateneo, dei suoi impianti, della sua funzione universitaria. Se quel rapporto si incrina, il problema non è solo amministrativo: diventa istituzionale.
Nel dibattito è intervenuto anche il socio Michelangelo Sangiorgio, con una lettera aperta dai toni fortemente critici. Sangiorgio parla di “sconcerto” e pone una domanda centrale: perché i soci non sarebbero stati informati con assoluta chiarezza della portata delle criticità emerse?
Il socio chiede conto del periodo intercorso tra le dimissioni dei sette consiglieri e quelle del presidente, domandando quali atti siano stati adottati, quali decisioni siano state assunte e quali circostanze abbiano portato Oliveri a lasciare quasi un mese dopo.
La sua critica è netta: non basta dire che un bilancio è stato approvato. Il punto, secondo Sangiorgio, è capire se i soci siano stati realmente messi nelle condizioni di valutare disavanzo, riserve, TFR, costi del personale, spese legali e criticità segnalate. Trasparenza, scrive in sostanza, non significa soltanto consegnare formalmente un documento, ma permettere a chi vota di comprendere e decidere consapevolmente.
Sangiorgio chiede verbali, relazioni del Tesoriere, pareri dei Revisori, note dell’Università e situazioni contabili aggiornate. Una richiesta che trasforma il commissariamento in qualcosa di più di un passaggio tecnico: una resa dei conti sulla gestione dell’ente.
Il commissariamento mette una toppa istituzionale al vuoto di governance, ma non cancella le domande. Anzi, le rende ancora più urgenti.
Il CUS Catania è arrivato a questa crisi per divergenze politiche interne? Per problemi economico-amministrativi sottovalutati? Per una rottura nel rapporto con l’Università? Per un deficit di collegialità nella gestione? O per una combinazione di tutti questi fattori?
Le lettere aperte non danno una sentenza definitiva, ma consegnano un quadro quantomeno complesso.
Pompeo Leone eredita una situazione complessa. Dovrà garantire continuità alle attività sportive, amministrare l’ente con pieni poteri, gestire le questioni aperte e preparare il terreno per la prossima Assemblea elettiva.
Ma il suo compito sarà anche politico-istituzionale: ricostruire fiducia. Fiducia tra soci e governance, tra CUS e Università, tra struttura amministrativa e vertici, tra atleti, tecnici, dipendenti e mondo universitario.
Il commissariamento durerà sei mesi, salvo proroga. Poi la parola tornerà ai soci. E sarà un passaggio decisivo: perché dopo una crisi così profonda, non basterà eleggere nuovi nomi. Servirà scegliere un modello di gestione capace di archiviare veleni, opacità e fratture interne.