GELA – Venerdì scorso i poliziotti della divisione polizia anticrimine della Questura di Caltanissetta, collaborati dal commissariato di Gela e dal Reparto prevenzione crimine Sicilia occidentale, hanno dato esecuzione a un decreto di misura di prevenzione patrimoniale a carico di Maurizio Trubia, inteso Enzo, allevatore di ovini e caprini a Gela, con sequestro di beni immobili e mobili.
In particolare, su proposta del Questore di Caltanissetta, la sezione misure di prevenzione del locale Tribunale, ha disposto il sequestro dell’impresa individuale destinata all’allevamento di ovini e caprini intestata alla moglie, S.M. cittadina romena, dell’intero complesso aziendale, macchine agricole comprese, e altri beni mobili registrati, nonché il sequestro di terreni rurali per una superficie totale complessiva di oltre 6 ettari, 5 fabbricati, il tutto riconducibile a Maurizio Trubia. Oggetto dell’dierno sequestro sono anche quattro rapporti finanziari.
Il valore complessivo dei beni sequestrati ammonta a circa 500mila. Grazie alla collaborazione dei veterinari dell’ASP di Caltanissetta e al personale del Corpo forestale regionale, sono stati individuati anche 550 ovini e caprini nella disponibilità di Trubia, conseguentemente censiti e sottoposti a controllo veterinario, tutti destinati e già avviati in un’azienda agricola sedente in altra provincia siciliana, già da tempo confiscata alla criminalità mafiosa.
Le indagini hanno preso le mosse dalla pericolosità sociale di Maurizio Trubia, personaggio di spessore nell’ambito della criminalità gelese, sin dai primi anni Novanta. Maurizio Trubia si è messo in evidenza per la commissione di innumerevoli gravi delitti e per le sue frequentazioni di noti appartenenti a Cosa Nostra gelese, arrivando ad assumere al suo interno ruolo di prestigio, fino a emergere, come riscontrato anche sulla base di rivelazioni di diversi collaboratori di giustizia, quale reggente della famiglia mafiosa gelese degli Emmanuello, già dalla morte dell’omonimo boss Daniele avvenuta nel dicembre del 2007.
Il legame tra la famiglia di Maurizio Trubia e la cosca Emmanuello è molto profondo: suoi parenti stretti, quali il fratello Massimiliano Trubia e il cugino Francesco Trubia, sono stati uccisi in un agguato mafioso nel ’91, così come il cognato Massimo Trubia, esponente del clan, assassinato nel 2006 a Gela. Numerosi i reati di cui Maurizio Trubia si è reso responsabile, dalla ricettazione al danneggiamento e minacce, detenzione e porto illegale di armi, violenza privata e lesioni personali, invasione di terreni o edifici e introduzione o abbandono di animali nel fondo altrui e pascolo abusivo.
Negli anni ha espresso sempre più una pericolosità qualificata, rendendosi responsabile di associazione di tipo mafioso, con l’aggravante di avere diretto l’associazione dal 2007, tentata estorsione in concorso, aggravata dal metodo mafioso e ancora per il delitto di atti persecutori (dal dicembre 2017 fino al mese di gennaio del 2019).
Proprio in relazione a tale ultimo reato, è stato recentemente condannato per aver condotto di continuo gregge di capre e pecore, da lui stesso gestito, all’interno di terreni già seminati di suoi confinanti, condotte verosimilmente finalizzate a imporre in modo vessatorio la propria presenza, così da costringere i vicini ad abbandonare le proprie terre ed esprimere così la sua oligarchia. La misura di prevenzione patrimoniale oggi eseguita, col sequestro e allontanamento materiale del gregge dal suo sito e significativamente collocate in un terreno confiscato e quindi sottratto alla mafia, ha inteso infrenare la pericolosità sociale di Maurizio Trubia anche sul versante del contrasto alle agromafie.