È sera. Ho appena finito di studiare e l’unica cosa che voglio è il silenzio. Accendo il telefono e mi compare la solita notifica: spazio esaurito. Apro la galleria per eliminare un po’ di video che non guardo mai.
Poi, il gelo. Il sangue si ferma, il cuore mi sale in gola. Tra i ricordi spunta la sua faccia. Sento un vuoto allo stomaco, come quando l’autobus frena all’improvviso e perdi l’equilibrio. È una mia amica morta da due anni, eppure sta lì sullo schermo che mi sorride. Per un attimo il mio cervello va in tilt: sembra che possa ancora scriverle, che sia bastato un pixel per cancellare il fatto che non esista più. Forse, è proprio questa la cosa più inquietante della nostra generazione. Non chiudo la foto. Resto lì a fissarla, intrappolata in un eterno presente, mentre il riflesso della mia faccia stanca si sovrappone alla sua.
Per secoli gli esseri umani hanno affrontato il lutto solamente accettando l’assenza. Restavano vecchie fotografie sbiadite, lettere chiuse nei cassetti, vestiti che perdevano lentamente il profumo di chi li indossava. Il dolore cambiava forma perché l’oggetto del ricordo, nel tempo, si consumava. Oggi, invece, i morti continuano a comparire nei “ricordi” di Instagram, nei vecchi vocali mandati su WhatsApp, nei compleanni notificati da Facebook. È come se internet si rifiutasse di lasciarli andare.
Il lutto è un processo biologico che funziona grazie alla distanza: qualcuno se ne va e il cervello, lentamente, impara a gestire il vuoto. Ma come fai ad accettare davvero una perdita, se ogni giorno un algoritmo ti sbatte in faccia il volto di quella persona mentre stai studiando, mangiando o cercando semplicemente di andare avanti? La tecnologia ha eliminato il silenzio della morte, la usiamo come anestetico perché il vuoto ci terrorizza.
Mi torna in mente un video visto su TikTok: una ragazza ha preso una foto sua e una della nonna morta e l’IA ha generato un abbraccio tra le due. Sembrava vero. Esistono app che usano i vecchi messaggi vocali per clonare la voce di chi abbiamo perso. Ti rispondono, ti parlano. Ma chi è che sta parlando alla fine? Non è lei. È un pezzo di silicio che imita una persona che ormai è cenere. L’IA non sa cos’è un bacio o un abbraccio, sa solo quale frequenza sonora viene dopo l’altra. È un mostro che recita una parte, un’illusione venduta come conforto.
Le imitazioni sono così perfette da confonderci. Rischiamo di preferire una copia digitale eterna, alla verità di una persona che è stata unica proprio perché la sua vita è finita. Nel frattempo, i vivi spariscono appena smettono di essere visibili sui social. Alla fine, ho spento il telefono senza cancellare nulla. Ho capito che il problema non era la memoria piena del cellulare, ma la nostra incapacità di lasciare andare.
Spampinato Asia Agata Maria 2^C Informatica – ITIS Galileo Ferrarsi – San Giovanni La Punta (CT)