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31.05.2026

Palermo, furti d’auto e “cavallo di ritorno”: smantellata banda con colpi da 2 milioni di euro

di Redazione | 4 min di lettura

La Polizia ha eseguito nove misure cautelari. Documentati 55 furti di veicoli in dieci mesi.

Palermo, furti d’auto e “cavallo di ritorno”: smantellata banda con colpi da 2 milioni di euro
Indice

Una vera e propria filiera criminale specializzata nei furti d’auto, nel riciclaggio dei pezzi di ricambio e nel cosiddetto “cavallo di ritorno”, il sistema con cui i proprietari dei mezzi rubati vengono contattati per riavere la vettura dietro pagamento di un riscatto. È il quadro ricostruito dalla Polizia di Stato a Palermo, dove gli agenti del Commissariato Porta Nuova hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip, su richiesta della Procura.

Il provvedimento riguarda nove persone, ritenute responsabili a vario titolo di associazione a delinquere finalizzata al furto pluriaggravato di veicoli a motore, riciclaggio ed estorsione. Gli indagati, ferma restando la presunzione di innocenza fino a eventuale condanna definitiva, avrebbero fatto parte di un gruppo stabile, organizzato e capace di generare un giro d’affari stimato in circa 2 milioni di euro.

Documentati 55 furti di veicoli in dieci mesi

Le indagini sono nate da una lunga serie di furti d’auto, seguiti spesso dal ritrovamento dei mezzi a distanza di pochi giorni. In molti casi le vetture venivano restituite ai proprietari in condizioni compromesse, dopo essere state private di parti meccaniche, componenti di carrozzeria o elementi interni.

Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, tra il 28 aprile 2024 e il 28 febbraio 2025 sarebbero stati documentati 55 furti di veicoli a motore. Un’attività considerata continuativa e redditizia, alimentata dalla domanda del mercato nero dei pezzi di ricambio.

Le componenti smontate dalle auto rubate sarebbero state utilizzate per riparare altri veicoli, spesso acquistati da officine a prezzi molto bassi perché parzialmente o totalmente danneggiati. Il sistema avrebbe così permesso di ottenere guadagni elevati attraverso un circuito illecito che univa furto, smontaggio, rivendita e riciclaggio.

La base in viale Regione Siciliana

Uno degli elementi centrali dell’indagine riguarda la scoperta di una base logistica al piano terra di uno stabile in viale Regione Siciliana. Secondo la Polizia, quel luogo sarebbe stato utilizzato per custodire i veicoli rubati, anche di grossa cilindrata, e per procedere allo smontaggio.

All’interno dei locali gli agenti hanno trovato diversi strumenti ritenuti utili all’attività criminale. Tra questi, inibitori di frequenze, i cosiddetti jammer, utilizzati per neutralizzare i sistemi Gps installati sui mezzi rubati, e dispositivi elettronici capaci di avviare forzatamente le autovetture.

La base sarebbe stata il cuore operativo della banda, il punto in cui convergevano i mezzi rubati prima di essere smontati o gestiti in base alla successiva destinazione.

Furti studiati nei dettagli e auto parcheggiate in luoghi sicuri

Secondo l’accusa, i furti non erano improvvisati. I veicoli venivano individuati con attenzione, preferibilmente se parcheggiati sulla pubblica via, in zone prive di videosorveglianza e nelle ore notturne.

Una volta rubata, l’auto veniva spesso trasferita in un “luogo sicuro”, in attesa di essere portata nella base di smontaggio o di avviare un contatto con il proprietario per la restituzione del mezzo dietro pagamento di denaro.

Quando le vetture non venivano restituite, sarebbero state trasferite in viale Regione Siciliana, durante percorsi protetti da staffette e apripista. Alcuni componenti del gruppo avrebbero avuto il compito di verificare l’assenza di pattuglie delle forze dell’ordine lungo il tragitto, riducendo il rischio di essere intercettati.

Staffette, apripista e addetti allo smontaggio

L’indagine ha ricostruito una struttura interna con compiti specifici. La presunta organizzazione avrebbe potuto contare su supervisori, addetti al furto, staffette, apripista, persone incaricate dello smontaggio e soggetti destinati alla rivendita dei pezzi.

Gli addetti allo smontaggio, secondo quanto emerso, avrebbero lavorato anche per turni molto lunghi, fino a 15 ore consecutive, per cannibalizzare rapidamente i veicoli rubati e separare le parti riutilizzabili da quelle da eliminare.

Il gruppo avrebbe inoltre utilizzato motoveicoli e autoveicoli di supporto per raggiungere i luoghi in cui erano custoditi i mezzi rubati, oltre a furgoni cabinati per trasportare i pezzi ricavati dallo smontaggio o disfarsi delle componenti non riciclabili.

Controllate sette officine, due sequestrate

L’operazione ha coinvolto anche diverse attività del settore autoriparazioni. La Polizia ha controllato sette officine e due sono state poste sotto sequestro: una nella zona di corso Calatafimi e una nell’area di Montegrappa.

All’interno sarebbero state trovate diverse componenti smontate da veicoli rubati. Un elemento che, secondo gli investigatori, conferma l’esistenza di un canale di alimentazione del mercato nero dei ricambi.

Complessivamente sono 30 le persone indagate in stato di libertà, a vario titolo, per concorso in furto, concorso in estorsione e ricettazione. In due occasioni, alcuni soggetti sono stati intercettati dagli investigatori sulla pubblica via a bordo di mezzi ancora carichi di pezzi provenienti da auto rubate.

Il mercato nero dei ricambi e il “cavallo di ritorno”

L’inchiesta mette in luce due canali principali di guadagno. Il primo è quello del mercato nero dei pezzi di ricambio, alimentato da auto smontate rapidamente e da componenti rivendute o utilizzate per riparare altri mezzi.

Il secondo è quello del “cavallo di ritorno”, una pratica estorsiva particolarmente odiosa per le vittime: il proprietario del veicolo rubato viene contattato e invitato a pagare una somma per riottenere l’auto. In alcuni casi il mezzo viene restituito danneggiato o già privato di parti importanti.

Per gli investigatori, la banda aveva costruito un sistema stabile, capace di trasformare i furti in un’attività criminale continuativa e altamente remunerativa.

L’operazione della Polizia rappresenta così un duro colpo a una rete che, secondo l’accusa, aveva fatto dei furti d’auto una vera impresa illecita, con ruoli organizzati, strumenti tecnologici, basi operative e collegamenti con il mercato dei ricambi.