Nicosia si trova attualmente recluso per espiare una pena definitiva a tredici anni di carcere per associazione mafiosa.
Nuovo scenario giudiziario per Antonello Nicosia, l’ex assistente parlamentare al centro della nota inchiesta antimafia denominata “Passe-partout”.
La Corte di Cassazione, accogliendo in parte le tesi presentate dai legali della difesa, ha infatti revocato il provvedimento di sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno per quattro anni che era stato precedentemente disposto a suo carico. I giudici della Suprema Corte hanno rimesso gli atti a una differente sezione della Corte d’Appello di Palermo, che sarà ora chiamata a rideterminare e valutare l’effettiva pericolosità sociale del soggetto originario dell’agrigentino.
Nicosia si trova attualmente recluso per espiare una pena definitiva a tredici anni di carcere per associazione mafiosa. Prima del blitz che ha svelato la sua doppia vita, l’uomo godeva di una facciata da insospettabile nel mondo dell’attivismo. Nonostante una vecchia condanna a dieci anni per reati legati agli stupefacenti, si era accreditato come paladino dei diritti dei reclusi.
Questo impegno lo ha portato prima a militare tra i Radicali e successivamente a diventare collaboratore della deputata Giusi Occhionero. Proprio grazie al tesserino da assistente parlamentare, Nicosia godeva del diritto di accedere liberamente agli istituti penitenziari. Secondo le risultanze investigative, l’uomo sfruttava queste visite ispettive per trasformarsi in un vero e proprio “messaggero” dei clan: incontrava i detenuti, veicolava comunicazioni verso l’esterno e forniva raccomandazioni per evitare potenziali collaborazioni con la giustizia. Tra i colloqui più significativi emersi dalle indagini figura anche quello con Filippo Guttadauro, esponente di spicco sottoposto al regime di 41 bis e cognato del capomafia Matteo Messina Denaro.
Il quadro probatorio ha delineato Nicosia come un soggetto organicamente integrato nelle dinamiche di Cosa Nostra, evidenziando in particolare il suo legame strettissimo con Accursio Dimino, noto negli ambienti criminali con il soprannome di “Matiseddu“. Quest’ultimo, giudicato nello stesso procedimento penale, ha rimediato una condanna a diciassette anni di reclusione con l’accusa di aver assunto la reggenza della famiglia mafiosa di Sciacca.