MESSINA – È un’operazione che ha sconvolto la mafia a Messina, quella attuata dai carabinieri peloritani che hanno applicato un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 8 persone vicine al clan Spartà.
Dopo nomi, video e intercettazioni, è bene capire come questi uomini erano legati alla “famiglia”. Uno su tutti, Raimondo Messina.
Gli esiti dell’attività tecnica hanno permesso di comprovare i rapporti tra Messina e gli appartenenti alla famiglia Spartà. Tant’è che in una circostanza la moglie del boss, in occasione della cessazione della semilibertà cui Messina era sottoposto, si è personalmente recata, accompagnata dai propri figli, a fargli visita a casa. Inoltre, Messina ha manifestato in più occasioni esplicitamente il proprio rispetto verso Antonio Spartà, fratello del detenuto, con diversi incontri.
L’esistenza di un gruppo mafioso stanziato nel territorio del popoloso quartiere a sud di Messina, denominato Santa Lucia Sopra Contesse, è riconosciuta in diversi provvedimenti giudiziari, alcuni dei quali divenuti definitivi. Gli elementi di prova raccolti nell’indagine di oggi, hanno evidenziato e comprovato la piena operatività del sodalizio criminale, ben strutturato e altrettanto ben radicato nel territorio cittadino e che aveva in programma un numero indeterminato di reati contro il patrimonio e la persona.
Al vertice dello stesso vi è Raimondo Messina, reggente del clan Spartà insieme con Gaetano Nostro, entrambi in questo momento già detenuti per altra causa.
L’attenzione investigativa si è inizialmente concentrata su Messina e su Maurizio Lucà, entrambi indicati quali uomini di fiducia di Giacomo Spartà dal collaboratore Daniele Santovito. Malgrado l’attività investigativa su Lucà sia stata interrotta dopo sole due settimane – poiché lo stesso era stato arrestato dai carabinieri dopo l’operazione “Alexander” – è stato possibile censire i suoi rapporti con Antonio Scimone Cambria e, quindi, quelli di quest’ultimo con lo stesso Raimondo Messina.
Acquisita, inoltre, una notevole mole di materiale probatorio a carico di tutti gli indagati, consentendo di delineare i ruoli dei due promotori dell’associazione mafiosa quali terminali degli affari illeciti e dei conseguenti proventi dell’organizzazione. È emerso in maniera incontrovertibile che lo stesso Messina gestiva la cassa comune del gruppo, alla quale attingeva anche per il sostentamento dei detenuti e delle loro famiglie.
Nel corso dell’inchiesta è stata comprovato anche il ricorso all’usura in danno di una commerciante che versava in evidenti difficoltà economiche. In particolare la vittima, titolare di una nota gioielleria cittadina, per far fronte a piccoli debiti con i fornitori per un importo totale di 4mila euro, ha dovuto consegnare in soli sei mesi la somma di 8.500mila euro, di cui 4.500 a titolo di interessi.
Non contenti, alcuni degli indagati hanno costretto l’imprenditrice a consegnare anche alcuni preziosi, per un controvalore commerciale complessivo di ulteriori mille euro. La stessa, incoraggiata dall’essere riuscita a far fronte alle pretese degli usurai, è ricorsa agli stessi anche in altre occasioni: in particolare, a fronte di un prestito iniziale di 2mila euro, in sei mesi ha dovuto consegnare 4.500mila euro mentre in un ulteriore episodio ha richiesto un prestito di 5.500mila euro restituendone, entro un mese, 9mila.