Una splendida pagina di teatro civile che racconta l'omicidio del magistrato
L’omicidio di mafia di Rocco Chinnici, il giudice che per la prima volta fece conoscere le reali dimensioni internazionali di “cosa nostra”, i legami con la ‘ndrangheta e la camorra, e le connessioni con l’alta finanza, la politica e l’imprenditoria dando vita al pool antimafia con indagini condotte fino al giorno del suo omicidio il 29 luglio 1983, viene raccontato dalla penna di Giovanni Coppola sul palco del Platamone, per il Catania Summerfest, da uno straordinario Nicola Costa autore anche della regia.
“Morte di un giudice – Omaggio a Rocco Chinnici”, prodotto da Statale 114 di Silvio Parito, è una splendida pagina di teatro civile che racconta l’omicidio del magistrato attraverso la voce del giovane poliziotto della scorta e del portiere dello stabile del giudice.

Silenzio, omertà e indifferenza sono le parole che, in una scena essenziale impreziosita dai quadri di Nunzio Papotto, Costa ripete più volte dando vita ai due uomini apparentemente diversi ma uniti dal tragico destino e dalla grande stima nutrita verso Chinnici, chiamato affettuosamente Rocco e mai per cognome.
L’intenso atto unico, premiato da generosi applausi, non è semplicemente una riflessione sulla nostra società e sull’impegno dei grandi uomini che hanno speso la propria vita e i propri affetti per gli ideali di giustizia e legalità ma è anche lo specchio della solitudine dei suoi servitori costretti a combattere la mafia, spesso lasciati soli come fu per Dalla Chiesa, che trova forza non solo nella complicità delle Istituzioni ma anche con quella società civile dalla mentalità mafiosa.
Dalla voce delle due vittime protagoniste sul palcoscenico si analizza non solo l’uomo di legge che costruì le basi del procedimento istruito dal pool di Caponnetto, Falcone, Borsellino, Guarnotta e Di Lello che portò al maxiprocesso di Palermo ma anche il lato più intimo come quando incontrò per la prima volta gli uomini della scorta o quando si soffermava a chiacchierare col portiere prima della sua passeggiata mattutina che poi gli fu negata dall’evolversi della pericolosità delle indagini.

“Morte di un giudice” è la voce di quel teatro che non può e non deve spegnersi ma deve volare in alto verso platee sempre più ampie, soprattutto tra le nuove generazioni, in modo da sostenere e diffondere la cultura della legalità e della giustizia affinchè possa avvenire quel cambiamento mentale e sociologico di cui la nostra terra ha bisogno.
Lodevole l’iniziativa, a fine spettacolo, molto apprezzata dal pubblico di ricordare Francesco Guccini sulle note di “Dio è morto“.