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19.10.2026

DSA non vuol dire “essere stupidi”: la storia di Pietro, diplomato con 100 e lode e futuro ingegnere informatico

di Enrico De Pasquale | 8 min di lettura

In occasione del 16esimo anniversario della Legge 170/2010 (a tutela dei DSA), Pietro ha voluto raccontare la sua storia: "Non è mai stato un limite per me"

DSA non vuol dire “essere stupidi”: la storia di Pietro, diplomato con 100 e lode e futuro ingegnere informatico
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Pietro ha 19 anni. È sempre stato un ragazzo brillante e, pochi mesi fa, ha concluso il suo percorso scolastico raggiungendo un traguardo importante: 100 e lode all’Esame di Maturità. A distinguere la sua esperienza sono le sfide e le difficoltà legate all’essere studente con DSA.

Pietro, qualche giorno dopo la Settimana Nazionale della Dislessia (nonché 16esimo anniversario della Legge 170/2010, a tutela dei DSA) ha scelto di raccontare la sua storia ai nostri microfoni per contribuire a diffondere consapevolezza su una condizione stigmatizzata dalle dicerie, spesso erroneamente associate a una patologia o, ancora peggio, alla stupidità. L’acronimo DSA sta per “disturbi specifici dell’apprendimento” e comprende quattro aree: lettura, calcolo, ortografia e grafia. Si distinguono, nello specifico, la dislessia, che riguarda la lettura; la discalculia, relativa alle abilità numeriche; la disortografia, che interessa la correttezza ortografica della scrittura; e la disgrafia, legata alla componente grafomotoria.

La diagnosi permette proprio di individuare queste difficoltà specifiche (cioè legate solo a specifiche abilità) per distinguerle dalla disabilità intellettiva. DSA non significa scarsa intelligenza e non limita lo studente o la studentessa nel raggiungimento di traguardi scolastici e personali.

Pietro e la sua diagnosi di disortografia

Il disturbo specifico di Pietro riguarda la disortografia. È stata soprattutto la spiccata attenzione della sua mamma a permettere di individuare le prime difficoltà.

“Quando avevo circa quattro anni, mia mamma si è accorta che avevo un problema. Non avevo un problema nell’acquisizione del linguaggio: quando mi facevano domande, io capivo tutto. Il mio problema era già nell’espressione”, racconta il ragazzo.

Da quel momento è iniziato un percorso con una logopedista, accompagnato da esercizi specifici e controlli successivi. Pietro spiega di aver lavorato sulle proprie abilità nel corso degli anni, attraverso un allenamento aggiuntivo svolto privatamente. Il percorso, iniziato durante la scuola primaria e proseguito nel tempo, gli ha permesso di raggiungere quella che definisce una compensazione completa.

“L’ultimo controllo risale al 31 maggio 2025 e ha confermato la mia ‘compensazione al 100%’”, spiega.

Questo non significa che ogni difficoltà sia scomparsa. Alcuni errori possono ancora presentarsi, soprattutto quando deve scrivere rapidamente o seguire spiegazioni particolarmente veloci. La differenza sta nella capacità di riconoscerli e correggerli. Un esempio riguarda la difficoltà nel distinguere alcuni suoni e nel riportarli correttamente nella scrittura. Pietro ricorda che, talvolta, poteva invertire alcune lettere all’interno delle parole (ad esempio, “volpe” diventava “folpe”), ma non vive queste difficoltà come un ostacolo insuperabile.

Il suo rapporto con la scuola: “Non usavo il computer, preferisco scrivere a mano”

Durante gli anni delle superiori all’Istituto tecnico informatico, Pietro ha avuto un rapporto generalmente positivo con i propri insegnanti, che rispettavano le sue esigenze e le misure previste dal suo PDP (Piano didattico personalizzato). Tra queste rientravano le interrogazioni programmate, la possibilità di ricevere esempi aggiuntivi e il tempo supplementare durante i compiti in classe. Misure che, racconta, si sono rivelate utili anche durante l’Esame di Maturità.

Nonostante la possibilità di utilizzare le mappe concettuali, Pietro ha scelto di non farvi ricorso. Una decisione personale, legata soprattutto al suo metodo di studio e all’importanza che attribuisce all’attenzione durante le lezioni e alla presa di appunti.

Per lui, infatti, gli appunti rappresentano uno strumento fondamentale per costruire un proprio percorso di apprendimento, integrando le spiegazioni degli insegnanti con i contenuti dei libri.

“Perché per me era importante stare attenti in classe e prendere appunti”, spiega, sottolineando il valore del lavoro svolto direttamente durante le lezioni. Da qui l’importanza di ribadire che le strategie compensative devono rispondere alle esigenze della singola persona: ciò che funziona per uno studente non è necessariamente la soluzione migliore per tutti gli altri.

Un altro aspetto importante del suo percorso è stato il tempo aggiuntivo durante le prove scritte. Pietro, che pratica tuttora nuoto a livello agonistico, ricorda come questa misura gli abbia consentito di affrontare le verifiche con maggiore serenità. “Il tempo in più è necessario”, ha detto. Si può aver bisogno di più tempo rispetto ad altri studenti per arrivare alla comprensione di un concetto. “L’importante è arrivarci”, aggiunge.

Una peculiarità del suo approccio allo studio riguarda la scrittura a mano, senza far ricorso al computer durante le prove. “Il computer è sicuramente uno strumento importante. Ma ancora più importante è che a monte si faccia una compensazione, cioè un lavoro per cercare di fare e migliorare la situazione: si può fare, non è sicuramente un limite”.

“Non ho mai visto il DSA come un limite”

“Io non ho mai visto il DSA come un limite”, ha affermato Pietro. Non nega le difficoltà, ma rifiuta nettamente l’idea che possano definire una persona o determinarne in anticipo le possibilità.

La sua esperienza lo porta a sottolineare l’importanza di intervenire tempestivamente, individuando le difficoltà e costruendo un percorso adeguato. Secondo il ragazzo, il sostegno della famiglia e la possibilità di svolgere attività mirate possono contribuire a migliorare la gestione delle difficoltà.

Pietro precisa, tuttavia, che alcune caratteristiche possono rimanere anche dopo un percorso di compensazione. Per questo, ritiene importante non confondere la compensazione con la scomparsa di ogni difficoltà, ma considerarla come la possibilità di affrontare le situazioni quotidiane con strumenti più efficaci.

Il messaggio è rivolto soprattutto a chi riceve una diagnosi in età adolescenziale, quando le difficoltà scolastiche possono avere già inciso sull’autostima e sulla percezione delle proprie capacità.

Scoprire di essere DSA a 18 anni: il consiglio di Pietro agli studenti

Non è raro trovare studenti o studentesse che convivono con difficoltà nell’apprendimento per quasi tutto il ciclo scolastico, per poi scoprire quasi all’ultimo di avere un DSA. Il che può rappresentare un momento delicato, soprattutto quando arriva in una fase in cui lo studente sta già affrontando la preparazione dell’Esame di Maturità e deve prendere decisioni importanti sul proprio futuro.

Pietro ha voluto dare dei consigli a chi si trova in questa delicata situazione: “Il primo passo – dice – è parlarne con i professori e in famiglia, per diffondere maggiore consapevolezza e individuare strategie adatte”.

“La logopedia – prosegue – è fondamentale. Mi ha aiutato a compensare. Per quanto riguarda lo studio, a me ha aiutato molto studiare in gruppo, che sia sano”. E, oltre al sano peer tutoring, “ciò che mi ha aiutato è stato anche prendere appunti in classe, sottolineare i concetti chiave sul libro durante la spiegazione, in modo da poter organizzare meglio l’apprendimento”.

Lo psicologo a scuola: “Importante per trovare se stessi”

Un altro tema affrontato riguarda il ruolo dello psicologo per gli studenti che vivono momenti di difficoltà legati all’apprendimento, specialmente nei casi di autostima azzerata. Pietro considera questa figura importante perché può offrire un punto di riferimento nei momenti di smarrimento, aiutando i ragazzi a comprendere ciò che stanno vivendo e a ritrovare una direzione.

“Il periodo dei diciott’anni è un’età nevralgica”, spiega. “È importante perché non tutti abbiamo un carattere d’acciaio e, anche qualora l’avessimo, ognuno di noi ha i suoi momenti di crisi, di crisi interiore. Nel momento giusto, esternare ciò che si prova a una figura di questo tipo, appunto una psicologa, può essere assolutamente tutto di guadagnato: non si va a perdere, non si perde nulla, si guadagna solamente”.

“I docenti devono informarsi e formarsi”

Il messaggio conclusivo di Pietro è rivolto agli insegnanti, soprattutto a quelli che non hanno ancora una conoscenza approfondita dei disturbi specifici dell’apprendimento. “A scuola bisogna includere tutti e i docenti non devono essere selettivi, considerando solo studenti e studentesse che riescono ad afferrare al volo il concetto”.

“Per me il lavoro degli insegnanti è un lavoro bellissimo. Io stesso, in classe, facevo attività di tutoraggio con i miei compagni: li aiutavo. Per me, il fatto che loro raggiungessero un obiettivo rispetto al mio percorso era un successo, perché significava che ero in grado di trasmettere qualcosa. Purtroppo, quindi, i professori stanno perdendo quella che è una vocazione. Non tutti sono capaci di insegnare”, spiega.

Il rischio è dietro l’angolo, secondo Pietro: “Chi non è capace di insegnare farebbe meglio a fermarsi, perché altrimenti mette in crisi alcuni ragazzi più fragili rispetto ad altri, impedendo loro di continuare il proprio percorso di studio. A causa di alcuni professori che hanno messo i bastoni tra le ruote, questi ragazzi non hanno più trovato il coraggio di continuare”.

Un altro consiglio riguarda la collaborazione scuola-famiglia, specialmente “per capire la dinamica, interessarsi veramente al ragazzo e cercare di prestargli attenzione durante la spiegazione. Non bisogna lasciare il ragazzo o la ragazza in balia della confusione. Un esempio è la matematica, un punto nevralgico per molti DSA. Spiegare i passaggi passo dopo passo, chiamarli alla lavagna, mettersi vicino, spiegare e fare un esercizio guidato insieme a loro: secondo me questo potrebbe essere importante da parte dei docenti, soprattutto per ottenere la fiducia degli alunni”.

La parola chiave è proprio fiducia. Ma senza vocazione e formazione dei docenti, c’è il rischio che rimanga tutto utopia. Pietro ci crede: ce l’ha dimostrato con il suo eccellente risultato alla Maturità e, soprattutto, con la sua inesauribile forza e voglia di fare. Adesso è uno studente al primo anno di Ingegneria Informatica. Le sue difficoltà non sono sparite, ma ha imparato a gestirle: quello che auspica è che tutti gli stereotipi e l’ignoranza mediatica e scolastica sui DSA diventino un brutto ricordo lontano.

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