CATANIA – Su delega della Procura Distrettuale della Repubblica, i carabinieri del nucleo investigativo del comando provinciale di Catania hanno dato esecuzione a un decreto di sequestro di beni, emesso dal tribunale di Catania – sezione misure di prevenzione – nei confronti di Carmelo Bonaccorso, 57 anni.
Le indagini svolte dai militari della sezione indagini patrimoniali hanno fatto emergere che all’interessato è riconducibile, in modo diretto o indiretto, un patrimonio il cui valore è apparso sproporzionato rispetto ai redditi dichiarati. La vigente normativa prevede che il Tribunale Misure di Prevenzione possa ordinare il sequestro beni quando la persona per la quale è stata presentata proposta, risulta poter disporre, direttamente o indirettamente di beni, quando il loro valore risulta sproporzionato al reddito dichiarato o all’attività economica svolta, ovvero quando, sulla base di sufficienti indizi, si ha motivo di ritenere che siano il frutto di attività illecite o ne costituiscano il reimpiego.
L’emissione del provvedimento di sequestro scaturisce dalla sussistenza del presupposto della pericolosità sociale di Carmelo Bonaccorso, conosciuto come “Melo squadrito”, derivata dalla sua militanza nell’ambito del clan Laudani, operante nello specifico nel territorio di Viagrande. Bonaccorso venne condannato per il reato di associazione di stampo mafioso nell’ambito del procedimento penale scaturito a seguito dell’operazione “Ficodindia” dei carabinieri del comando provinciale di Catania. A seguito di tale procedimento a Bonaccorso venne altresì applicata dal tribunale etneo per due anni la misura di prevenzione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno.
A corroborare la prova della sua affiliazione al clan, l’operazione “Vicerè” dei carabinieri del comando provinciale di Catania, che condusse l’uomo dinanzi ai giudici che, con rito abbreviato, lo condannarono a 11 anni e mesi 6 di reclusione per associazione a delinquere di tipo mafioso.
In tal senso, numerose sono state le dichiarazioni convergenti sulla sua persona rese da diversi collaboratori di giustizia nell’ambito dell’indagine “Vicerè”, che ne indicavano inequivocabilmente la sua partecipazione attiva alle riunioni dei responsabili del clan circa gli assetti organizzativi.
Sono stati posti sotto sequestro i seguenti beni:
Il valore complessivo è stimato in circa un milione e centomila euro.