Malasanità e dialettica giudiziaria: il caso di Marco Moschetto

Malasanità e dialettica giudiziaria: il caso di Marco Moschetto

CATANIA – La clamorosa negligenza di un medico catanese, S. P., ha causato la morte prematura di Marco Moschetto, un giovane di 19 anni, per bene, pieno di vita e di amore per la musica, voluto bene da tutti coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo. L’iter giudiziario, con un improvviso colpo di scena, ha tentato di ucciderne anche la memoria.

La mattina del 10 febbraio 2010 la madre Concetta Borzellino, contattò il dott. S. P., medico di famiglia, comunicandogli che il figlio aveva continui episodi di vomito e nausea. Il medico, non trovandosi in sede, rispose di contattare il suo sostituto, limitandosi a prescrivere una terapia disintossicante, deducendo, pur senza visitarlo, che il giovane Marco avesse un’ordinaria sindrome influenzale virale. Il giorno successivo, S. P. venne nuovamente informato telefonicamente delle perduranti e immutate condizioni del giovane paziente, già debilitato e colto da frequenti sudorazioni, e, sempre telefonicamente, prescrisse delle fleboclisi glucosate.

Il 12 febbraio 2010, continuando il malessere del giovane, il medico, sollecitato alle ore 11:30, effettuò la visita in casa, dove decise di non dialogare con Marco in ordine ai disturbi che accusava, non gli misurò la pressione, non gli palpò lo stomaco e si limitò a tentare di effettuare un semplice Inr, indice di rilevazione della coagulazione del sangue, che fallì a causa dell’assenza della fuoriuscita di sangue dal dito. Così, prima di lasciare l’abitazione, dispose un prelievo di sangue per effettuare l’emocromo. Poche ore dopo, alle 15:18, il ragazzo morì.

Instauratosi il procedimento penale nei confronti di S. P., imputato di omicidio colposo, i consulenti del pm di Catania, Giuseppe Gula e Giuseppe Ragazzi, affermarono che “l’operato del dott. S. P. è connotato da imperizia nei confronti di Moschetto”.

Così, rilevando diversi profili di colpa professionale, il Tribunale di Catania riconobbe il medico colpevole del delitto ascrittogli e lo condannò alla pena di anni uno e mesi dieci di reclusione (pena sospesa), e al risarcimento dei danni della parte civile costituita, la madre della vittima,   rimettendo per la quantificazione al Giudice Civile e disponendo una provvisionale di € 200 mila. L’imputato impugnò la predetta sentenza e, instauratosi il giudizio di secondo grado, la Corte d’appello di Catania, con sentenza emessa il 7 luglio 2015 assolse S. P. con la formula piena “perché il fatto non sussiste”.





La madre del ragazzo, incredula, inoltrò alla Procura Generale della Corte d’appello etnea una formale richiesta di proporre ricorso per Cassazione, ma ciò non accadde, e la stessa propose ricorso per Cassazione, evidenziando i macroscopici errori di legge, oltre che fattuali, contenuti nella sentenza emessa dalla Corte d’appello. All’udienza del 16 novembre 2016 il procuratore generale, Antonio Balsamo, e il difensore della parte civile Giuseppe Lipera, conclusero per l’annullamento della sentenza impugnata, mentre i difensori dell’imputato, Pietro Granata e Angelo Mangione, chiesero invece che venisse dichiarata l’inammissibilità e il rigetto del ricorso proposto dalla parte civile.

La Suprema Corte, IV Sezione Penale, con la sentenza emessa la stessa data, annullò la sentenza d’assoluzione della Corte d’appello di Catania agli effetti civili e rinviò per nuovo esame al giudice civile competente per valore in grado di appello.

In seno alla motivazione, la Corte di Cassazione ha aspramente censurato la valutazione dei Giudici della Corte di Appello di Catania, evidenziando come il Collegio etneo abbia erroneamente contestato i rilievi dei consulenti della Procura, sulla scorta di argomentazioni “senza alcun supporto scientifico” essendosi la Corte basata “su argomentazioni di tale natura da essa elaborate”. L’iter giudiziario, quindi, non si è ancora definitivamente concluso e il prossimo 18 ottobre si avvierà il procedimento di riassunzione davanti alla Corte di Appello di Catania. 

Questo il commento della madre del giovane Marco: “Non nascondo che quanto è accaduto mi fa molta rabbia, non solo perché il mio interesse principale non sono i soldi, i quali non mi riporteranno mai qui mio figlio, né mi potranno mai veramente dare ristoro per il dolore che ancora oggi mi trafigge il cuore, ma perché le parole che ho letto nella sentenza della Cassazione mi rendono ancora più persuasa circa la ingiustizia subita e operata sia dalla Procura Generale presso la Corte di Appello di Catania sia dalla stessa Corte di Appello etnea, cui riponevo massima fiducia, che, com’è emerso nel giudizio di legittimità, ha emesso una sentenza totalmente sbagliata”.