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18.05.2015

Australia, terra promessa o schiavismo incontrollato? La storia di un giovane etneo: “Tutelano la loro economia”

di Andrea Sessa
Australia, terra promessa o schiavismo incontrollato? La storia di un giovane etneo: “Tutelano la loro economia”

CATANIA – Ha fatto molto “rumore” l’articolo del Corriere della Sera – ripreso poi da tutta la stampa italiana – sulle condizioni lavorativa dei nostri giovani in Australia, terra promessa per tantissimi italiani.

Già nel film del 1971 “Bello, onesto, emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata” con Alberto Sordi si tratteggiava l’emigrazione italiana nella terra dei canguri.

Un flusso copioso ma certamente diverso da quello attuale: adesso in Australia emigrano giovani qualificati e il più delle volte con una laurea in tasca.

Dalla stampa nazionale è emerso che sono oltre 15mila gli italiani in Australia con un visto temporaneo che cercano fortuna ma che si ritroverebbero, invece, in condizioni di aperto sfruttamento, lavori estenuanti, paghe misere, ricatti e truffe.

Si tratta di coloro i quali lavorano nelle farm, ossia le aziende agricole dell’entroterra. Inoltre un programma tv australiano avrebbe denunciato storie di molestie anche sessuali e i racconti sono avvalorati dal comitato italiani a Brisbane che in un anno ha raccolto 250 segnalazioni di nostri connazionali che denunciavano condizioni degradanti.

La maggior parte degli italiani in Australia chiede, però, il rinnovo del visto per un altro anno e per ottenerlo occorre dimostrare di aver lavorato nelle zone rurali della nazione ospitante e pare che, proprio su questo punto, si concretizzino i maggiori ricatti con datori di lavoro che dietro la clava del visto impongono condizioni capestro.

Ma l’Australia è realmente così o il racconto del Corriere è solo una parte di un universo più complesso?

Ne abbiamo parlato con Federico Nicolosi, un giovane catanese, che ha vissuto per un anno in Australia.

“Sono partito perché è stato sempre il mio sogno da bambino – ci dice Federico – e, attraversando un periodo personale difficile, ormai saturo della mia città, delle persone e della qualità della vita ed essendo in cerca di nuovi stimoli, ne ho approfittato per andare in cerca di una nuova esperienza di vita, lontano il più possibile dalla realtà in cui vivevo”.

“Non sapevo cosa mi aspettava – aggiunge – quando sono partito, non conoscevo nessuno, non avevo agganci, avevo il mio ostello come punto di riferimento una volta atterrato e la certezza qualunque cosa avessi mai potuto incontrare sarebbe stata diversa da tutto ciò che avrei potuto incontrare qui”

L’avventura di Federico in Australia è da romanzo: “Non ho trovato lavoro facilmente all’inizio perché in quel periodo (dicembre/gennaio) è estate lì, quindi anche gli australiani stessi cercano lavoro (i classici lavoretti estivi), quindi il mercato era saturo. Quindi di necessità virtù sono diventato un giocatore di poker cash e tiravo su 600$ a settimana, ma nel frattempo continuavo a cercare lavoro finché non ne ho trovato uno in primis come rappresentante di una compagnia di energia elettrica, ma dopo pochi giorni l’ho lasciato, e successivamente come cameriere in una creperia”.

Successivamente il ragazzo ha cercato lavoro nelle tanto famigerate farm. “Lavoravo nella produzione di pomodori ciliegino – racconta – si iniziava alle 5 e si finiva quando finivano i pomodori o quando ti seccavi o quando avevi raccolto un numero di bucket (secchi) tale da poter dare un senso alla tua giornata lavorativa”.

“Siamo durati 4 giorni – ricorda Federico – e poi ci hanno chiamato per un lavoro in un’altra farm per raccogliere mandarini e siamo andati, siamo durati 1 mese, poi il raccolto era finito e siamo andati in un’altra farm per un altro mese e mezzo. Anche in questi casi pagavano per bin (grandi contenitori). Finita anche qui la raccolta abbiamo cercato un lavoro di woofing (lavoro gratuito in cambio di vitto e alloggio) e abbiamo trovato una simpatica coppia di vecchi australiani che avevano una farm di lumache e ci siamo inventati allevatori di lumache, nonché giardinieri per il loro enorme giardino e all’occorrenza io facevo anche il muratore o il falegname”.

Sulle notizie contenute nell’articolo Federico ammette che “è vero che le paghe nelle farm non sono faraoniche, come è anche vero che ci sono farm che pagano ad ore e non per quanto produci, e quelle sì che ti permettono di mettere su un bel gruzzoletto considerando che pagano 20$/h in una giornata lavorativa di 8/9 ore!”.

“L’articolo sembra costruito proprio con l’intento di voler sminuire o screditare quella che è la realtà australiana – spiega Federico – non considerando che chi decide di andare in Australia, chi decide di intraprendere un’avventura simile lo fa per le più svariate ragioni. Chi va lì con la certezza o con l’aspettativa di trovare qualcosa ha perso in partenza. Per quanto riguarda chi lavora in farm sa a cosa va in contro, sa cosa lo aspetta e sa che dovrà mettere alla prova se stesso”.

Federico aggiunge che “non c’è nessun obbligo di lavorare nelle farm, ma ritengo intelligente da parte del governo valorizzare il settore rurale imponendo il vincolo degli 88 giorni di lavoro nelle fattorie, nelle miniere o sui pescherecci. Loro perseguono i propri interessi e se vuoi restare lì, ma non hai le qualifiche richieste per ottenere uno sponsor, devi dare un contributo positivo all’economia della nazione, come tutti”.

“La politica estremamente nazionalista australiana – conclude il ragazzo – le permette di essere al top delle nazioni mondiali e mantenere elevatissima la qualità della vita. Criticare un sistema solido e virtuoso evidenziando solo gli aspetti negativi, presenti in ogni sistema che abbiano l’uomo come artefice e unico regolatore, è quanto di più banale possa esistere perché un sistema, per essere perfetto, deve rispondere solamente a quelle che sono le regole della natura!”.