Tanasi: "La sentenza deve rappresentare un’opportunità per migliorare il sistema, rafforzare la tutela delle vittime e consolidare una cultura del rispetto"
Caso Ubeda, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo condanna l’Italia a risarcire la donna vittima di violenza insieme ai suoi due figli. La Corte ha evidenziato criticità nella risposta delle autorità nazionali alle denunce e ha rilevato una violazione degli articoli 3 e 8 della Convenzione.
A causa delle possibili ritorsioni violente dell’ex compagno, Audrey Ubeda e i suoi due figli minorenni hanno trascorso gli quest’ultimi anni in una comunità protetta. Secondo i giudici di Strasburgo, le indagini non sono state né tempestive né approfondite, e il comportamento di uno dei pubblici ministeri coinvolti ha riflesso pregiudizi di genere inaccettabili.
In una dichiarazione lasciata ad Ansa, Ubeda ha raccontato come l’iniziale archiviazione del caso da parte di una pm della Procura di Benevento, sia stato accompagnata dalla frase: “Nel sesso è comune per gli uomini vincere un po’ di resistenza della donna“.
La donna ha poi raccontato anche la lunga battaglia per ottenere l’affidamento dei figli, durata oltre tre anni: “Per tre anni e mezzo ho vissuto con i bambini in una casa protetta“. Denuncia poi come l’ex marito sia ancora in libertà: “L’assurdità è che è a piede libero. Senza una misura cautelare, di allontanamento. Me lo posso ritrovare domani davanti alla porta di casa e non posso dire nulla“.
Audrey conclude affermando che “Penso a ricostruire una vita serena per i miei bambini. E soprattutto a vivere liberi“. Il risarcimento riconosciutele dalla Corte suprema sarà destinato a un centro antiviolenza per “aiutare altre donne”. Donne alle quali consiglia di “Non arrendersi mai“.
“La decisione della Corte di Strasburgo impone una profonda riflessione istituzionale e richiama tutte le istituzioni a rafforzare gli strumenti di protezione delle vittime – afferma Francesco Tanasi, giurista e Segretario Nazionale Codacons – perché il rispetto dell’autonomia della magistratura è un principio imprescindibile, ma altrettanto imprescindibile è il diritto di ogni persona a essere ascoltata e tutelata attraverso procedimenti rapidi, approfonditi ed esenti da qualsiasi stereotipo o pregiudizio“.
La violenza di genere non può e non deve limitarsi all’inasprimento delle sanzioni penali, bensì è fondamentale coinvolgere l’intero sistema della prevenzione, della protezione e dell’amministrazione della giustizia. Ogni donna che denuncia una violenza deve poter confidare in istituzioni capaci di garantire risposte efficaci e tempestive, evitando ogni forma di vittimizzazione secondaria.
Per questo l’associazione chiede al Ministero della Giustizia l’apertura di un tavolo tecnico nazionale, con il coinvolgimento delle istituzioni competenti, degli ordini professionali e delle associazioni impegnate nella difesa dei diritti. Il piano è finalizzato all’adozione di linee guida operative per la trattazione dei procedimenti di violenza domestica e di genere.
Il Codacons sollecita inoltre il rafforzamento della formazione specialistica destinata a magistrati, forze dell’ordine e operatori coinvolti nella gestione di questi casi. A questo si aggiungono misure organizzative capaci di ridurre i tempi dei procedimenti e assicurare una protezione più efficace delle persone offese e dei minori.
“La fiducia dei cittadini nella giustizia si rafforza quando le istituzioni dimostrano competenza, equilibrio, imparzialità e capacità di garantire una protezione concreta alle persone più vulnerabili – prosegue Tanasi – La sentenza della CEDU deve rappresentare un’opportunità per migliorare il sistema, rafforzare la tutela delle vittime e consolidare una cultura del rispetto dei diritti fondamentali, senza alcuna tolleranza verso stereotipi che possano compromettere la piena dignità della persona”, conclude Tanasi.