Il Sud del Libano diventa l’Epicentro del Conflitto, Israele ed Usa contro l’Iran: intervista al Generale Ridinò

Il Sud del Libano diventa l’Epicentro del Conflitto, Israele ed Usa contro l’Iran: intervista al Generale Ridinò

La presenza di Hezbollah, ad opera della Rivoluzione islamica, a sud del Libano, ha trasformato quell’area in una potente roccaforte e persino nel principale braccio operativo dell’Iran, “proxy”, con un arsenale di razzi a corto raggio e missili guidati, pronti a colpire centri abitati e infrastrutture di difesa israeliane e, proprio in risposta alla eliminazione di Ali Khamenei, con i primi attacchi di Israele e USA.

Dall’altra faccia della crisi bellica, abbiamo lo Stretto di Hormuz, dove è stato messo in ginocchio il transito delle petroliere che forniscono materie prime energetiche all’intera Europa ed oltre, da parte iraniana, come ritorsione, principalmente, contro Trump. Il Tycoon che aveva tranquillizzato il mondo intero con la previsione di una durata di qualche settimana dell’attacco all’Iran, a distanza di meno di un mese si ritrova in pieno conflitto, con un diniego della NATO ad intervenire e persino il no del premier inglese Keir Starmer.

Rieccoci con il Generale di Corpo d’Armata, Giovanni Ridinò, esperto in crisi belliche, nonché già direttore della Cellula Strategico-Militare dedicata all’UNIFIL presso le Nazioni Unite, a New York, con cui riprendiamo il nostro dialogo per capire l’evoluzione di una guerra tanto violenta, assurda e che sta paralizzando l’economia dei Paesi occidentali più deboli, come l’Italia ed in particolare la Sicilia.

Signor Generale Ridinò, buongiorno, i nostri incontri sono lontani dal tema “Accordi di Pace” e, per giunta, ci ritroviamo con una guerra in Medio Oriente più che preoccupante ed in piena escalation.

Buongiorno a lei, anche al Direttore Sergio Regalbuto e all’intero staff di redazione di NewSicilia. Purtroppo, ancora oggi stiamo a parlare di guerra e, come se non bastasse quella in Ucraina, quella in Iran, denominata Operation Epic Fury, che secondo le dichiarazioni trionfalistiche del Presidente Trump avrebbe dovuto durare qualche settimana, non appare mostrare un decremento significativo di intensità.

Nonostante la decapitazione dei vertici iraniani, non ci sono segni significativi di un indebolimento della risposta iraniana agli attacchi di USA e Israele. Ho l’impressione che Trump sia stato tirato dentro una guerra senza avere nessuna “exit strategy” e senza aver valutato a fondo le possibili conseguenze di una simile iniziativa. Non solo quelle di carattere militare, ma anche quelle sugli approvvigionamenti, sulle possibili ritorsioni del mondo islamico ormai sparso su gran parte del globo e sull’economia del mondo occidentale.

Penso proprio che Trump abbia sottovalutato di molto la risposta iraniana ai suoi attacchi, assieme a quelli di Israele.

Sta montando anche una preoccupazione di aver sottovalutato l’Iran e la sua strategia d’attacco. Come appare evidente, non si hanno molte informazioni sugli arsenali iraniani. I missili a lungo raggio non sono infiniti e la loro produzione non eguaglia il consumo in guerra, a meno di convertire l’industria nazionale.

Di conseguenza, il loro rifornimento su entrambi i fronti non riesce a compensare il consumo. Questo vale anche e soprattutto per i sistemi di difesa aerea. Per bloccare un’incursione di missili, sembra che per ogni obiettivo in arrivo, per avere certezza di successo, debbano essere sparati più missili contraerei, con costi considerevoli e con un consumo triplo o quadruplo rispetto ai missili lanciati in attacco.

Signor Generale, ma non pensa che Putin c’entri parecchio?

Da voci non confermate, sembra che l’Iran abbia ricevuto indicazioni dalla Russia, sulla base dell’esperienza maturata sul campo. Utilizzare droni a basso costo, ma comunque efficaci, per saturare la difesa missilistica e conservare le armi a lunga gittata per obiettivi più strategici.

Questo potrebbe far pensare ad una strategia di lunga durata: saturare con lanci di droni per costringere il nemico ad utilizzare sistemi d’arma costosi per contrastare mezzi numerosi ma economici.

Ed ecco le preoccupazioni di una vendetta di Putin per le sanzioni dell’UE nei confronti del suo Paese. E chissà quanto ancora dobbiamo aspettarci?

Quando le difese avranno esaurito le scorte di missili antimissile, potrebbe essere scatenato un attacco con missili a lunga gittata conservati nei bunker sotterranei, evidentemente non ben individuati dai servizi di intelligence, Mossad israeliano e CIA degli Stati Uniti.

Se così fosse, ci troveremmo di fronte ad una possibile debacle degli USA e di Israele. Quello che lascia perplessi è Israele, che dopo una logorante campagna a Gaza sferri ancora un attacco in Libano contro Hezbollah. Gli israeliani non sono sprovveduti: le loro azioni sono sempre ben studiate.

Ma proprio dal sud del Libano partono con ferocia gli attacchi missilistici contro Israele.

Dal Libano e dall’Iran continua il lancio di missili contro il territorio israeliano. La situazione attuale richiama quanto accaduto nel 2006, quando Israele, a causa delle minacce e degli attacchi lungo il confine con il Libano da parte di Hezbollah, fu costretto ad intervenire militarmente nel sud del Libano.

In quell’occasione emerse l’inconsistenza della presenza ONU lungo i confini di Israele. In particolare la missione UNIFIL, operante nell’area, a cui l’Italia partecipava con uno squadrone di elicotteri dal 1974.

Dopo l’azione israeliana, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, con la risoluzione 1701 dell’agosto 2006, riuscì a fermare il conflitto, garantendo il potenziamento della missione UNIFIL e la protezione dal mare tramite una forza navale.

Una intricata storia quella di Israele.

Per la prima volta l’Esercito libanese entrò nel sud del Libano, fino ad allora lasciato completamente nelle mani dei miliziani, per collaborare con UNIFIL al fine di ridimensionare il potere di Hezbollah nell’area. Uno degli obiettivi da perseguire era il disarmo di Hezbollah, evidentemente mai avvenuto così come nel tempo non è mai scemato il potere dei miliziani in quella parte di confine.

Ora ci troviamo un quadro già cambiato. Il trionfalismo di Trump comincia a presentare crepe.

Gli iraniani non accennano a ridurre i loro attacchi contro tutti i paesi del golfo che hanno mostrato, recentemente, delle assonanze verso un possibile avvicinamento ad Israele, al suo riconoscimento come stato sovrano nell’area, e conseguentemente a ridurre l’influenza degli Ayatollah nella regione.

E l’intero Medio Oriente è sotto attacco, con un quadro geopolitico traballante che non lascia sperare niente di buono.

La decapitazione, ancora una volta, ove venisse confermata, dei vertici in Iran, non sembra ridurre l’intensità degli attacchi con droni e le minacce lanciate a quella  parte di mondo considerato nemico dell’Islam. Questo potrebbe creare una più forte tentazione di inasprire la disputa, portandola in un piano più alto. La minacciata chiusura dello stretto di Hormuz, ha già di fatto bloccato il passaggio delle navi nello stretto. L’attacco ad alcune navi è già stato un monito sufficiente per le compagnie di trasporto che non vogliono rischiare la perdita del loro naviglio né stipulare polizze assicurative con premi stellari.

E da noi il carburante ha superato i 2 euro al litro, il gas naturale i 50 €/MWh, con picchi oltre i 60 €/MWh, registrando un aumento del +64%, senza contare la crisi delle borse europee.

La ricerca del contributo dei Paesi amici da parte di Trump, per garantire il passaggio attraverso lo stretto, è la dimostrazione che questa guerra non è stata ben preparata e non sono state valutate tutte le possibili incognite che avrebbero potuto presentarsi sullo scenario globale, compresa la non partecipazione al conflitto da parte dei “paesi amici” e della NATO.

Generale Ridinò, dobbiamo preoccuparci veramente?

Purtroppo sì. La cosa assume, a mio avviso, aspetti preoccupanti. È la dimostrazione di una debolezza degli USA che, sicuramente, fortifica la convinzione, da parte iraniana, di avere un’arma in più da spendere: il tempo.

La War Powers Resolution (WPR) del 1973 , infatti, ha dato la possibilità a Trump, in qualità anche di comandante delle Forze Armate di iniziare un’azione bellica di “carattere urgente” senza passare prima dal Congresso, ma lascia a quest’ultimo la possibilità di adottare una risoluzione, dopo 60/90 giorni dall’inizio del conflitto, che potrebbe  costringerlo a ritirarsi.

E se i Paesi del Golfo Persico che quotidianamente subiscono attacchi dall’ Iran, come Qatar, Dubai, Abu Dhabi, e che magari hanno delle basi militari statunitensi, dovessero voltar faccia a Trump e giungere ad accordi con l’Iran?

I paesi del golfo, oggi bersaglio degli attacchi iraniani, potrebbero scegliere vie conciliative con gli iraniani per non subire ancora danni alle loro infrastrutture che danneggiano non poco le loro economie, gettando alle ortiche gli sforzi, in fase di consolidamento, con gli accordi di Abramo, per portare al riconoscimento dello stato di Israele

I paesi amici, hanno dimostrato una forte riluttanza ad essere trascinati in un conflitto iniziato senza un loro coinvolgimento formale. 

Gli Houti nello Yemen, attualmente silenziosi, potrebbero riprendere i loro attacchi (i loro depositi di missili potrebbero rappresentare una sorta di scorta strategica a favore dell’Iran) e chiudere anche i passaggi attraverso il Mar Rosso ed il canale di Suez, costringendo il commercio proveniente dall’est asiatico a circumnavigare il continente africano per raggiungere l’Europa, dando un colpo grosso ai nostri scali marittimi che finirebbero per essere poco considerati rispetto a quelli del nord Europa. Alla fine, Israele potrebbe rimanere, ancora una volta, da sola a fronteggiare un mondo islamico che vuole la sua scomparsa dalla faccia della terra, con una situazione che potrebbe sfuggire di mano con conseguenze nefaste per tutti noi anche se non direttamente coinvolti.

Grazie, signor Generale, la sua certosina analisi sulla Questione mediorientale, apre solo uno spiraglio che Donald Trump, Vladimir Putin, Xi Jinping e Keir Starmer vadano a sedersi ad un tavolo di trattative e non alzarsi fino a quando arrivino ad estendere un accordo di pace, scongiurando un Caos mondiale. Alla prossima!