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25.05.2026

Segnali di Vita dall’Abisso: La dolce menzogna che ci rende tutti uguali.

di Redazione | 2 min di lettura
Segnali di Vita dall’Abisso: La dolce menzogna che ci rende tutti uguali.

Mi ritrovo in una spiaggia atavica, dove il sole forma un contrasto profondo sul terreno. Il fragore delle onde è l’unico a spezzare il silenzio che mi circonda. In questo panorama che mi dovrebbe costringere a guardarmi dentro, l’unico istinto spontaneo che sento è la ricerca di un anestetico: il telefono.

Nella ricerca mi tornano in mente le parole di chi, prima di me, ha camminato su queste spiagge, cercando qualcosa di opposto a un sedativo. Ricercava un centro di gravità permanente proprio nel luogo da cui io cerco di scappare. Mi fermo a riflettere, ad osservarmi, ricordando che per quell’uomo, Franco Battiato, la solitudine di questo panorama non sarebbe stata un vuoto da colmare, ma una soglia. Cedendo al movimento alienante dello scroll mi sento come se stessi tradendo il bisogno umano di ascesa, preferendo il falso senso di profondità di uno schermo inanimato alla verticalità di quella solitudine che Battiato avrebbe definito patria. 

Ma la verticalità fa paura, il sole che illumina crea delle ombre così profonde da costringerci a guardarci dentro e qualcuno rischia di perdersi. La rete invece è una dolce menzogna. Ci porge la mano e ci invita in un luogo affollato, sicuro perché nessuno lì ha un’idea diversa dalla nostra. Lì dove non devi porti domande, dove l’opinione è solo confermata. Non ti mostra il conformismo intellettuale in cui cedi, ma ti rassicura dicendoti che per quanto limitato il tuo pensiero è legittimo. 

Con un quadretto del genere la filosofia di Sgalambro arriva come uno schiaffo in volto. In questa rassicurazione meccanica risiede l’apoteosi della “pietà verso se stessi”. Questo vizio di volersi bene in ogni caso, non mettendosi mai in una posizione scomoda come quella della solitudine per poter vedere la verità dentro noi stessi. La verità, sostiene Sgalambro, è un atto empio, deve scuotere, deve ferire. Invece stiamo rinunciando alla conoscenza per un istante di approvazione intellettuale. In questa perdita l’eco della voce di Battiato deve essere un richiamo. Non è un processo confortevole; ci deve risvegliare dal nostro “sonno”, dobbiamo spegnere quel “rumore di macchine che appiattisce ogni cosa” per ricominciare a sentire il tempo che cambia insieme a noi. Ma come può avvenire un cambiamento se siamo intrappolati in una bolla? Abbandonare il comfort di non porsi domande non ci dona la pace, ma una solitudine radicale. Per chi sceglie di disilludersi, la solitudine è l’unica patria possibile, dove “la voce che si espande” non deve sentirsi in difetto, ma può riprendere a volare in alto senza i pensieri associativi. Il risveglio non deve essere considerato il traguardo, è la sfida di chi sceglie di cercare qualcosa di più in un mondo che ti invita dolcemente a dormire.

Ludovica Amata 5 C – Liceo statale “Nicola Spedalieri” – Catania (CT)

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