Insenga: "L'odio è un carcere senza sbarre"
Salvatore Insenga, cugino del giudice Rosario Livatino, ucciso dalla mafia nel 1990, ha maturato nel tempo la scelta di perdonare i responsabili dell’omicidio.
Insenga ha incontrato questa mattina a Busto Arsizio (Varese) Salvatore Calafato e Paolo Amico, condannati all’ergastolo perché ritenuti gli esecutori dell’omicidio Livatino, all’interno di un percorso di giustizia riparativa anche se “più che giustizia riparativa, dovrebbe chiamarsi giustizia pacificatrice”, ha detto Insenga.
“Non conoscevo Livatino. Vedendo lo strazio dei genitori, la coscienza sporca che avevo mi ha portato sin qui. Dal seme di Livatino è nata la mia conversione”, racconta Calafato, riconoscendo la gravità delle proprie azioni e il dolore provocato. “Ho tolto la vita a un uomo dello Stato, ho offeso la magistratura e ho provocato dolore alle famiglie. Tutto ciò che ho fatto è stato sbagliato”.
Amico ricorda di aver desiderato chiedere perdono dopo aver ascoltato le parole dei genitori del magistrato senza riuscirci allora, ancora condizionato dalla mentalità mafiosa e omertosa. Oggi definisce Livatino, un tempo considerato un nemico, un riferimento spirituale: “Nessuna persona è perduta per sempre”, afferma, ringraziando Insenga e chiedendogli ancora perdono.
Insenga racconta il dolore e la rabbia vissuti dopo l’assassinio, quando aveva vent’anni, e il lungo cammino sostenuto dalla fede. “Il perdono ha liberato me e spero che possa liberare anche voi. L’odio è un carcere senza sbarre. Sono riuscito a uscirne attraverso la preghiera” dice, auspicando un incontro di preghiera nella chiesa di Santa Chiara, a Canicattì. “Un colpo di pistola non può essere l’ultima parola“, ha concluso.
“C’è sempre per tutti possibilità di cambiare“, ha sottolineato l’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, nel corso dell’incontro, definendo la giustizia riparativa un approccio “originale e promettente”, capace di interrogarsi su come riparare il male commesso.
Delpini ha ricordato Livatino come modello per la magistratura, sottolineando il valore di una professione vissuta alla luce della fede cristiana. Ad aprire la giornata era stato don David Maria Riboldi, cappellano del carcere di Busto Arsizio e fondatore della Cooperativa La Valle di Ezechiele