Il valore commerciale dell’olio d’oliva è sceso giù rispetto all’anno passato, tanto da spingere diversi agricoltori e Comuni a sospendere persino la raccolta
Il valore commerciale dell’olio d’oliva è sceso giù rispetto all’anno passato, tanto da spingere diversi agricoltori e Comuni a sospendere persino la raccolta.
Sì, i costi per la gestione dei terreni, la mano d’opera e la molitura sono aumentati notevolmente per il rincaro delle bollette di forniture energetiche e gli alti prezzi dei carburanti nel settore trasporto, superando i ricavi e azzerando la redditività dei produttori. In diversi Comuni della Sicilia occidentale, come Sciacca, Bivona, Montevago, Caltabellotta, Sambuca di Sicilia e Santa Margherita del Belice, i sindaci e i produttori hanno chiesto lo Stato di crisi e, in alcune parti, la raccolta risulta persino sospesa, anche per la forte concorrenza dei prezzi esteri, come Spagna, Marocco, Egitto e Grecia.
Il presidente del Consorzio di Tutela e Valorizzazione dell’Olio Extravergine di Oliva IGP Sicilia, Mario Terrasi, ha attribuito la crisi della campagna olearia all’aumento dei costi di produzione e al crollo delle quotazioni di mercato scese sotto i 5 euro al litro e gli agricoltori si trovano in serie difficoltà.
Il paradosso agronomico che ha colpito la Sicilia, quest’anno, riguarda le olive nei terreni non irrigui, che, fino ai primi giorni del mese di ottobre, sono risultate piccolissime, raggrinzite e secche a causa della fortissima calura estiva e della storica prolungata siccità. La situazione si è sbloccata proprio nelle ultime settimane di ottobre grazie alle piogge, persino torrenziali. Ancora a settembre e inizio ottobre molte olive avevano iniziato a cambiare colore e gli esperti hanno lanciato persino l’allarme della disidratazione del frutto. Fortunatamente, con le recentissime piogge, le olive un po’ si sono gonfiate e così i frantoi sono stati rimessi in funzione. Certo, per chi ha raccolto troppo presto, le perdite sono state immani. Per chi ha raccolto in questi giorni e attivato i frantoi, le rese medie attuali in Sicilia si attestano intorno al 12,5, ovvero di circa 13,7 litri di olio per quintale di olive. Dati alla mano, in questi ultimi giorni di ottobre, la Sicilia ha lavorato oltre 13.000 tonnellate di olive, raggiungendo la stabilità del 12,58 per cento, risultato parecchio distante da quello della Puglia e della Calabria, che viaggiano sopra il 14 per cento. Ma, nonostante le rese quantitative e qualitative in Sicilia non siano soddisfacenti, lo stress idrico e il gran caldo hanno comportato un vantaggio sul piano fitosanitario, cioè l’assenza totale della mosca olearia, sterminata dal caldo estivo, e delle larve, vermi biancastri che si nutrono della polpa del frutto.
Le olive portate al frantoio risultano sane in tutto il territorio olivicolo isolano. L’olio nuovo si presenta con un’eccellente carica di polifenoli, con un gusto piccante e con freschi profumi, preservando qualità organolettiche eccellenti. La mappa della produzione olearia siciliana raggruppa quattro province al vertice, le quali, da sole, generano il 60-70 per cento della produzione regionale e sono: Palermo si conferma storicamente al vertice con il 20 per cento del totale regionale, famosa per la varietà Biancolilla e la DOP Val di Mazara.
Al secondo posto Trapani, con una alta resa di produzione della Nocellara del Belice (DOP Valli Trapanesi e Valle del Belice). Al terzo posto Agrigento, altro pilastro storico per quantità di olive raccolte (Sciacca, Ribera e i Comuni del Belice agrigentino). Al quarto posto Catania, leader della Sicilia orientale, incentrata sulla coltivazione della Nocellara Etnea lungo le pendici del Vulcano, in vetta Ragalna con una speciale coltivazione autoctona, la DOP Nocellara Monte Etna; il paese etneo, noto per il suo olio, quest’anno sta registrando una produzione olearia di elevata qualità, ma ridotta del 20 per cento rispetto allo scorso anno. Seguono, con produzioni più frammentate, Messina, Siracusa, Caltanissetta e Ragusa, quest’ultima nota sul mercato di qualità con la sua Chiaramonte Gulfi, fulcro della pregiata oliva DOP Monti Iblei.
Trovare una cifra precisa per il fatturato della produzione di questa annata non è facile, poiché la raccolta è ancora in pieno iter. Tuttavia, i dati di mercato e le analisi ISMEA prevedono una forte contrazione rispetto allo scorso anno. Riguardo alle esportazioni olivicole siciliane, il Nord Italia assorbe una quota altissima di olio siciliano, come la Toscana, Liguria e Umbria, ma il traino dell’olio siciliano IGP e del biologico è diretto massicciamente verso gli Stati Uniti. L’introduzione della tracciabilità è voluta dagli americani e il marchio IGP Sicilia ha dato una spinta enorme sui mercati statunitensi, perché garantisce che l’olio sia interamente prodotto e imbottigliato nell’Isola. Altrettanto sostenuta risulta la richiesta di olio biologico. Ancora, le grandi metropoli americane nel settore della ristorazione di alto livello, come New York, Chicago, San Francisco, Miami, assorbono l’olio siciliano per il canale della ristorazione medio-alta e per i negozi specializzati Food e, ancora, varietà come la Nocellara del Belice (apprezzata anche come oliva da tavola) e, per l’intera America, gli oli siciliani sono veri e propri marchi di culto. Come il Vino di Sicilia, l’esportazione di olio d’oliva siciliano negli Stati Uniti rappresenta un “asset” economico vitale, ma è anche al centro di forti tensioni commerciali.
La Sicilia esporta mediamente circa 50 mila ettolitri, pari a 4.600 tonnellate di olio d’oliva all’anno, generando un giro d’affari per le tasche dei produttori stimato fra i 35 e 45 milioni di euro l’anno. Il mercato, tuttavia, ha subito anche forti scossoni a causa delle dinamiche tariffarie e dei dazi imposti.